Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Nepal, il crollo del ghiacciaio e la corsa contro il tempo: oltre 2.300 dispersi mentre i soccorsi si fermano
Quella che mercoledì mattina sembrava una piena improvvisa come tante, nell'Himalaya che ogni estate convive con i monsoni, si sta rivelando una delle più gravi catastrofi naturali degli ultimi anni nella regione. Secondo i dati diffusi dalla polizia nepalese e ripresi dalle principali agenzie internazionali, il bilancio delle vittime sarebbe salito a 475 morti, mentre le persone di cui non si hanno notizie supererebbero le 2.300, tra cui 644 cittadini stranieri e almeno tre italiani. Numeri che, va sottolineato, restano provvisori e in continuo aggiornamento, e che i due Paesi coinvolti, Nepal e Cina, non conteggiano con criteri omogenei: le rispettive liste di dispersi non possono quindi essere semplicemente sommate senza margini di errore.
Cosa sarebbe successo mercoledì mattina
La dinamica, ricostruita nelle ore successive da istituti scientifici e autorità locali, partirebbe da una quota di circa 5.000 metri. Un'enorme massa di ghiaccio, roccia e detriti si sarebbe staccata da un ghiacciaio sul versante himalayano al confine tra il distretto nepalese di Rasuwa e la contea tibetana di Gyirong, precipitando a valle e ostruendo temporaneamente il corso del Lhende Khola, un affluente del Bhote Koshi. Il cedimento improvviso di questa diga naturale avrebbe poi liberato una colata di acqua, fango e detriti che ha travolto villaggi, strade, ponti e impianti idroelettrici lungo il corso del fiume, su entrambi i lati del confine. Le immagini circolate sui social e verificate dalle testate internazionali mostrerebbero un'ondata paragonabile a una parete di fango in movimento, simile a quella osservata in altri disastri glaciali dell'arco himalayano.
Il bilancio provvisorio e gli italiani coinvolti
Oltre alle vittime accertate, il quadro dei dispersi appare particolarmente complesso per la natura del territorio e per la stagione. Ad agosto la regione è attraversata da migliaia di escursionisti, alpinisti e pellegrini diretti verso luoghi sacri dell'induismo come il monte Kailash e il lago Mansarovar in Tibet, o il lago Gosaikunda in Nepal. Secondo il Nepal Tourism Board risulterebbero irreperibili centinaia di viaggiatori stranieri di diverse nazionalità, tra cui indiani, britannici, statunitensi e malaysiani. La Farnesina avrebbe indicato la presenza nella regione di almeno 90 connazionali al momento del disastro: la maggior parte risulterebbe rintracciata, ma nella lista dei dispersi figurerebbero ancora un orefice ligure e una coppia italo-svizzera. Sul fronte dei salvataggi, l'esercito nepalese avrebbe tratto in salvo 350 tra lavoratori e residenti rimasti intrappolati nel tunnel dell'impianto idroelettrico Upper Trishuli, mentre circa un centinaio di persone risulterebbero ancora bloccate nel tunnel del vicino impianto Trishuli 3A. In Tibet, le autorità cinesi avrebbero trasferito in zone sicure oltre 550 turisti rimasti isolati nella contea di Gyirong.
Il nuovo lago che ha fermato i soccorsi
L'elemento che nelle ultime ore ha fatto precipitare ulteriormente la situazione è la formazione di un nuovo lago di sbarramento. L'accumulo di detriti lasciato dalla colata avrebbe ostruito il corso del fiume Lhende a circa 18 chilometri a monte del valico di Rasuwagadhi, creando un bacino di circa 0,11 chilometri quadrati il cui livello continuerebbe a salire. Secondo l'emittente di Stato cinese Cctv, il lago avrebbe iniziato a tracimare proprio verso l'area in cui erano dirette le squadre di soccorso, spingendo le autorità a sospendere le operazioni sul versante tibetano e a ordinare alle squadre già sul posto di arretrare di un chilometro. Il ministero cinese delle Risorse idriche avrebbe intanto rafforzato il monitoraggio idrologico nella zona di confluenza tra i fiumi Purepu Tsangpo e Chhochen, avviando simulazioni per valutare gli scenari in caso di cedimento della barriera. Se la diga naturale dovesse collassare, una nuova ondata investirebbe territori già devastati, dove la viabilità risulta in gran parte distrutta: la piena avrebbe già spazzato via decine di ponti e circa 40 chilometri di strade.
La conferma scientifica: non un terremoto, ma il collasso del ghiaccio
Nelle prime ore il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal aveva ipotizzato che all'origine del disastro ci fosse una frana innescata da un terremoto di magnitudo 4.4 registrato la mattina stessa. Le analisi successive avrebbero però ribaltato la sequenza. Secondo l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, il segnale sismico non sarebbe stato la causa ma la conseguenza dell'evento: il collasso della massa glaciale e la colata di detriti avrebbero liberato un'energia paragonabile a un terremoto di magnitudo ricalcolata a 5.2. Le immagini satellitari del sistema Eos della Nasa, confrontate prima e dopo l'evento, mostrerebbero l'assenza di una porzione del ghiacciaio, senza però consentire ancora una stima del volume residuo e quindi del rischio di nuovi distacchi. La climatologa del Cnr Marina Baldi ha collegato l'evento al riscaldamento globale, affermando che "il distacco del ghiaccio è senz'altro stato causato dal riscaldamento globale".
Un territorio già colpito, un clima che accelera
Il precedente più immediato risale ad appena un anno fa: nell'agosto 2025 l'esondazione di un lago glaciale sul versante tibetano aveva provocato nove vittime e distrutto il ponte dell'amicizia che collega Cina e Nepal, nella stessa area oggi devastata. Il Lhende Khola sarebbe quindi esondato due volte in quattordici mesi. Non si tratterebbe di una coincidenza: la regione himalayana si sta riscaldando più rapidamente della media globale, un fenomeno che accelera la fusione dei ghiacciai, moltiplica i laghi glaciali instabili e rende più frequenti piene improvvise e frane. Gli esperti del Centro internazionale per lo sviluppo integrato delle montagne (Icimod), con sede a Kathmandu, indicano nei sistemi di allerta precoce la priorità assoluta per le comunità di valle: "In un Himalaya in fase di riscaldamento, l'allerta precoce rappresenta la prima linea di adattamento", ha osservato lo specialista Saswata Sanyal.
La risposta internazionale
La macchina dei soccorsi ha assunto rapidamente una dimensione internazionale. Il Nepal ha mobilitato esercito, polizia e Armed Police Force, con migliaia di agenti impegnati nelle ricerche, e ha chiesto formalmente assistenza a India e Cina. Il premier indiano Narendra Modi avrebbe assicurato piena disponibilità, con l'invio di dieci tonnellate di aiuti umanitari e medicinali. Sul versante cinese, il presidente Xi Jinping avrebbe disposto la massima mobilitazione dei soccorritori, mentre il premier Li Qiang si sarebbe recato personalmente a Gyirong per coordinare le operazioni di emergenza, in un'area dove frane e colate di fango avrebbero interrotto strade, comunicazioni ed energia elettrica.
Una corsa contro il tempo
Il quadro che emerge a tre giorni dal disastro è quello di una crisi umanitaria su vasta scala, resa ancora più drammatica da un paradosso: proprio mentre ogni ora ridurrebbe le possibilità di trovare sopravvissuti, la minaccia di una seconda ondata costringe i soccorritori a fermarsi. La priorità delle autorità, in queste ore, sarebbe duplice: raggiungere le aree isolate dove potrebbero trovarsi ancora persone in vita e monitorare costantemente il nuovo lago, il cui destino deciderà se il bilancio di questa tragedia sia destinato ad aggravarsi ulteriormente.
Fonti:
- Ansa
- Il Post
- Agi
- Adnkronos
- Vatican News
- Il Fatto Quotidiano
- Today.it
- Il Sole 24 Ore