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Flávio Bolsonaro è partito. I problemi del Brasile sono rimasti

Due giorni dopo il ballottaggio perso con Lula, il candidato del PL avrebbe lasciato il Paese nonostante un ordine del Supremo. La fuga è stata una notizia prima di diventare un fatto, e racconta un Brasile in cui nessuna delle due parti si fida più dell'altra.

Flávio Bolsonaro è partito. I problemi del Brasile sono rimasti

Quarantotto ore

Lunedì 26 ottobre Flávio Bolsonaro va a trovare il padre Jair, che sconta ai domiciliari la condanna a 27 anni e 3 mesi per il tentato colpo di Stato. All'uscita trova la Polizia Federale. L'ordine è del giudice del Supremo Tribunale Federale Alexandre de Moraes: consegnare i passaporti entro ventiquattro ore e divieto di lasciare il Paese. Alla base ci sarebbe un'indagine per presunto riciclaggio di denaro, legata ai rapporti tra il senatore e l'avvocato Willer Tomaz, citato in inchieste su movimenti di fondi nel settore delle scommesse. Secondo La Nación, a carico di Flávio ci sarebbero due inchieste aperte al Supremo. Lui risponde con un video sui social: «Mi è stato ordinato proprio per strada di consegnare i miei passaporti». Parla di persecuzione politica, nega di voler lasciare il Brasile e collega l'ordine alle parole del fratello Eduardo, che in un podcast aveva detto che in caso di sconfitta Flávio avrebbe dovuto andarsene. Nello stesso video annuncia che chiederà l'annullamento del voto.

Nella notte tra lunedì e martedì il sito argentino Infobae scrive che il senatore avrebbe attraversato il confine con la carta d'identità, valida nel Mercosur, per salire alle due del mattino su un jet privato a Puerto Iguazú, destinazione Stati Uniti. La tv TN racconta un ingresso a piedi, tra le ventuno e le ventidue, ma aggiunge che non sarebbe andato in aeroporto. Il jet, secondo la stampa locale, sarebbe stato bloccato a terra dall'aviazione civile argentina. Poi arrivano le smentite. La Direzione nazionale delle migrazioni argentina dichiara di non aver registrato alcun ingresso. Il portavoce del presidente Milei, Fabián Fernández, dice a Bloomberg che Flávio non è mai entrato nel Paese e che nessun volo con quelle caratteristiche è decollato. Il coordinatore della campagna, Rogério Marinho, è lapidario: «Non è uscito». Alle otto del mattino, al telefono con lo stesso Marinho, il senatore avrebbe detto soltanto di stare «raffreddando la testa», senza dire dove fosse. Da quel momento alleati e avvocati dichiarano di non riuscire più a raggiungerlo.

A mezzogiorno scade il termine per i passaporti. Secondo O Globo non sono stati consegnati, e la Polizia Federale li annulla, quello comune e quello diplomatico. Nel pomeriggio le stesse fonti della PF confermano alla Gazeta do Povo che Flávio ha lasciato il Brasile, a quanto risulta con la moglie e le due figlie, in direzione degli Stati Uniti. Alla dogana di Foz do Iguaçu non c'è traccia del suo passaggio, ma lì i controlli sono a campione. Alle tre del pomeriggio Simón Levy, avvocato messicano vicino a Donald Trump, scrive su X che il senatore «è arrivato in sicurezza negli Stati Uniti» e attribuisce la regia al segretario di Stato Marco Rubio. Il Dipartimento di Stato non risponde. Il deputato del PL Maurício Marcon parla apertamente di esilio: «Ci rappresenterà in un Paese libero».


Una notizia prima di essere un fatto

Guardate la sequenza. Alle due di notte un sito argentino. Alle otto «Dov'è Flávio?» in cima alle ricerche su Google. A mezzogiorno due governi e un partito che smentiscono. Alle tre un avvocato che conferma su un social. Alle cinque fonti anonime della polizia. Fino a sera non esiste una dichiarazione ufficiale con nome e cognome che dica dove sia Flávio Bolsonaro. La fuga è esistita per dodici ore come racconto prima di esistere come fatto. Vale anche per noi: stamattina raccontavamo un uomo scomparso, stasera raccontiamo un uomo partito. Non è un dettaglio da addetti ai lavori. In un Paese in cui metà degli elettori è convinta che l'altra metà menta, il modo in cui una notizia nasce pesa quanto la notizia. Chi voleva credere alla persecuzione ha avuto, per qualche ora, la smentita di un governo amico. Chi voleva credere alla fuga ha avuto un deputato che la rivendica. Entrambi hanno avuto ragione per un pezzo di giornata, e questo è esattamente il terreno su cui la sfiducia cresce.


Due problemi, non uno

Il Brasile ha due problemi insieme, e ciascuna delle due parti ne vede uno solo. Il primo: un uomo votato da quasi sessanta milioni di brasiliani avrebbe trattato un ordine della Corte suprema come un'opzione. Si può considerare quell'ordine sbagliato, sproporzionato, perfino politico. Ma un ordine si contesta davanti a un giudice, non da un jet. E un leader che lascia il Paese lascia a casa anche i suoi elettori, che da oggi hanno un capo dell'opposizione senza un indirizzo. Il secondo problema: il giudice Moraes ha firmato l'ordine il giorno dopo il voto, su un'indagine che non è nata lunedì. Non lo dicono soltanto i bolsonaristi. Secondo la Folha de S.Paulo, lo stesso Lula avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze della decisione, e nel Planalto si teme che il tempismo alimenti la narrazione della persecuzione e renda più difficile governare. Un provvedimento legittimo preso nel momento sbagliato produce effetti sbagliati. Chi difende Moraes dovrebbe chiedersi perché proprio il giorno dopo. Chi difende Flávio dovrebbe chiedersi perché il suo candidato, che dichiarava di non voler partire, avrebbe avuto pronto un documento buono per il Mercosur e un aereo a Puerto Iguazú.


L'esilio come strategia

Il caso non è isolato. Eduardo Bolsonaro vive negli Stati Uniti e l'8 ottobre Moraes ha ordinato l'esecuzione della sua condanna a quattro anni e due mesi. Carla Zambelli, deputata bolsonarista, è in Italia e i giudici italiani hanno autorizzato la sua estradizione. Lo stesso Jair Bolsonaro, il 30 dicembre 2022, volò in Florida due giorni prima dell'insediamento di Lula. Ora Flávio. Se le parole di Levy e Marcon fossero confermate, il bolsonarismo starebbe costruendo un'opposizione a distanza, con base in Florida e copertura politica a Washington. È una strategia, non un incidente di percorso. Tiene viva la base e alimenta il racconto del Paese che perseguita i suoi oppositori. Ma consegna a Lula un Brasile senza un'opposizione fisica e lascia al Supremo l'ultima parola su chi può fare politica e da dove. Nessuna democrazia esce rafforzata da uno scambio del genere, qualunque sia la parte per cui si tifa.


Cosa succede adesso

I deputati del PT hanno chiesto l'arresto preventivo e un avviso rosso dell'Interpol. Al momento in cui scriviamo nessun mandato è stato emesso. Se Moraes lo firmasse, servirebbe l'estradizione dagli Stati Uniti: Eduardo Bolsonaro ha già sostenuto che Washington non eseguirebbe un ordine brasiliano, ma nessuna fonte ufficiale americana lo ha mai confermato. Flávio resta senatore della Repubblica, con le prerogative che ne derivano, e ha annunciato un ricorso per annullare il voto. Vale la regola di sempre: indagato non significa colpevole. E lontano non significa colpevole, ma nemmeno innocente. Fino a domenica Flávio Bolsonaro chiedeva di guidare duecento milioni di persone. Oggi, se le ricostruzioni fossero esatte, chiederebbe di guidarne una metà da un altro continente. La domanda, per il Brasile, non è più dove sia. È quanto a lungo un Paese possa reggere diviso tra una parte che non accetta i suoi giudici e un'altra che li usa il giorno dopo il voto.


Articolo aggiornato alle ore 21 del 27 ottobre 2026. La notizia è in evoluzione.



Fonti:

  • Câmara dos Deputados (risultati del ballottaggio, dati TSE);
  • Reuters via Internazionale (video e dichiarazioni di Flávio Bolsonaro, 26 ottobre);
  • La Nación (annullamento dei passaporti, inchieste al STF, smentita argentina);
  • Infobae e TN via Aos Fatos e Diário do Pará (ricostruzione della presunta fuga);
  • SBT News (smentita del portavoce Fabián Fernández a Bloomberg);
  • Revista Fórum (dichiarazioni di Rogério Marinho e di Maurício Marcon);
  • ND Mais e O Globo (mancata consegna dei passaporti, telefonata delle 8);
  • CNN Brasil (alleati e avvocati senza contatti);
  • Gazeta do Povo (conferma delle fonti della Polizia Federale; post di Simón Levy);
  • Brasil 247 e Folha de S.Paulo (preoccupazioni del Planalto);
  • O Tempo (ordine di esecuzione della pena di Eduardo Bolsonaro, 8 ottobre);
  • Congresso em Foco (estradizione di Carla Zambelli);
  • Folha Vitória (condanna di Jair Bolsonaro);
  • NBC News (volo di Jair Bolsonaro in Florida, dicembre 2022);
  • Poder360 (picco di ricerche su Google).

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