Iattualità · Attualità · di ·

Val di Susa, quando il metodo cancella il merito

Il venticinque luglio 2026 in Valle di Susa è finito con oltre cinquanta feriti tra le forze dell'ordine e due camionette dei carabinieri incendiate. Da oggi, per mesi, di alta velocità si parlerà solo così. Ed è il primo, vero danno.

Val di Susa, quando il metodo cancella il merito

Il corteo era partito nel primo pomeriggio da Venaus, all'interno del festival Alta Felicità, la tre giorni che dal ventiquattro al ventisei luglio raduna il movimento contrario alla Torino-Lione. Secondo gli organizzatori i partecipanti sarebbero stati circa ventimila. In testa, uno striscione con la formula storica del movimento. Poi, nel giro di poco, il corteo si è diviso in più gruppi diretti verso i cantieri, e da lì la giornata ha preso un'altra direzione.


Che cosa risulta essere accaduto

Alcune centinaia di persone incappucciate e vestite di nero si sarebbero staccate dalla marcia per attaccare i cantieri di San Didero e di Chiomonte. Le ricostruzioni delle agenzie parlano di lanci di pietre, bottiglie, bombe carta, fuochi d'artificio e razzi sparati con mortai artigianali contro le forze dell'ordine schierate a protezione delle aree. A Chiomonte alcuni gruppi avrebbero tagliato le recinzioni con i flessibili e due mezzi dei carabinieri sarebbero stati dati alle fiamme, con colonne di fumo visibili dall'autostrada. La risposta è arrivata con lacrimogeni e idranti, per oltre un'ora, prima che gli antagonisti si ritirassero verso le zone boschive. Alcuni manifestanti avrebbero aperto ombrelli per non farsi riprendere dai droni usati per documentare la scena. Il primo bilancio, ancora provvisorio, indica oltre cinquanta feriti tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, con alcune fonti che salgono a una sessantina. Sul piano dei trasporti, è stata chiusa l'autostrada A32 ed è stata sospesa la circolazione ferroviaria a Bruzolo. Va detto che la giornata non è arrivata senza preavviso. Alla vigilia il prefetto di Torino aveva disposto un piano straordinario di limitazioni, con divieti sulla vendita di alcolici sopra i ventuno gradi e sui contenitori in vetro nei comuni interessati. Il questore aveva emesso quattordici provvedimenti tra daspo urbani e fogli di via. Nei giorni precedenti, alla stazione di Bardonecchia, erano stati sequestrati fionde, razzi, biglie e materiale pirotecnico. Su quanto accaduto sono attese le valutazioni della magistratura: ogni posizione individuale resta da accertare, e vale la presunzione di innocenza.


Il merito, quello di cui oggi non parlerà nessuno

Qui arriva il punto che ci interessa davvero. La Torino-Lione è un'opera su cui esiste un dibattito tecnico serio, documentato, con numeri contestati da entrambe le parti. È esattamente il tipo di questione che meriterebbe pagine di analisi. E che oggi non le avrà. Partiamo dai dati. Il limite di spesa dell'opera è stato ridefinito attorno ai quattordici virgola sette miliardi di euro, con entrata in servizio indicata al 2033 e, secondo alcune ricostruzioni successive, al 2034. Secondo il quadro approvato in sede CIPESS ad aprile 2026 risultavano scavati quarantasette chilometri di gallerie sui centosessantatré complessivi, comprese quelle di servizio. Sul finanziamento, la quota europea è storicamente indicata attorno al quaranta per cento, con il resto ripartito tra Italia e Francia. La sigla richiama l'alta velocità, ma la vocazione dichiarata dell'opera è un'altra: la capacità di carico. Sulla nuova linea i treni passeggeri potrebbero viaggiare fino a duecentoventi chilometri orari e quelli merci fino a centoventi, valori inferiori agli standard delle linee europee ad alta velocità. L'obiettivo dichiarato è far passare treni più lunghi, più pesanti e con sagome maggiori di quelle che il traforo del Frejus, canna unica a doppio binario attivata nel 1871 attorno ai milletrecento metri di quota, riesce oggi ad accogliere.  Sui benefici il quadro è diviso. Le analisi commissionate in fase progettuale stimavano un valore attualizzato netto positivo e un trasferimento dalla strada alla rotaia di centinaia di migliaia di mezzi pesanti l'anno ai valichi alpini. L'analisi costi-benefici consegnata nel febbraio 2019 dalla commissione presieduta dall'economista Marco Ponti arrivò invece, nello scenario principale, a un valore attuale netto economico negativo attorno ai sette virgola otto miliardi di euro. Quel documento fu contestato nel merito e nella metodologia da una parte del mondo accademico e persino da un componente della stessa commissione, che presentò una relazione autonoma. Resta uno dei passaggi più discussi dell'intera vicenda. Il movimento contrario all'opera, dal canto suo, punta su un argomento verificabile: la linea storica del Frejus risulterebbe largamente sottoutilizzata e i flussi merci non avrebbero mai raggiunto le proiezioni usate per giustificare l'investimento. È un'obiezione seria. Si può discutere, si può misurare, si può smontare o confermare con i dati di traffico. È materiale da inchiesta, non da guerriglia.


La reazione politica e il tema della condanna unanime

Sul piano istituzionale, la risposta è stata trasversale. Il Presidente della Repubblica ha chiamato il ministro dell'Interno per far arrivare la propria vicinanza agli agenti feriti. La presidente del Consiglio ha affermato che <q>la violenza non piegherà lo Stato</q>. Il ministro dell'Interno ha parlato di una volontà di escalation e ha chiesto una presa di posizione <q>unitaria, netta e senza ambiguità</q> da parte di tutte le forze politiche. Dal centrodestra sono arrivate richieste di linea dura e accuse di connivenza rivolte al centrosinistra. Dalle opposizioni sono arrivate solidarietà agli agenti feriti e condanne esplicite delle azioni violente, con il Movimento 5 Stelle che ha osservato come i disordini finiscano per favorire chi l'opera la vuole. Quest'ultimo passaggio, al netto delle appartenenze, è politicamente il più interessante. Perché descrive un meccanismo, non una posizione.


Chi perde davvero

Nella Valle di Susa la contrarietà all'opera non è un fenomeno di importazione. È una posizione radicata da decenni, sostenuta da amministratori locali, comitati e migliaia di persone che hanno sempre manifestato in modo pacifico. Sono quelle persone che pagano il conto più alto di giornate come questa. Perché il funzionamento dell'informazione è brutale e prevedibile. Domani nessuno aprirà il telegiornale con il valore attuale netto, con i chilometri scavati o con i dati di traffico del Frejus. Aprirà con un mezzo che brucia e con decine di agenti al pronto soccorso. Non per malafede, ma perché un'immagine di quel tipo occupa tutto lo spazio disponibile. E ogni metro di spazio occupato dalla violenza è un metro sottratto agli argomenti. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione sull'opera. Su questo Iattualità non prende posizione, e continuerà a raccontare i numeri di entrambe le tesi. Si tratta di constatare un effetto misurabile: dopo una giornata così, la discussione pubblica non si sposta di un millimetro sul merito. Si sposta interamente sull'ordine pubblico. Chi voleva parlare di miliardi si ritrova a dover spiegare perché una camionetta è andata a fuoco. Chi voleva essere ascoltato ha appena reso la propria voce inascoltabile. C'è poi un costo che nessuno calcola: la credibilità. Un movimento che in trent'anni ha costruito la propria forza sull'argomentazione tecnica, sui dossier e sul rapporto con il territorio, oggi si ritrova associato a immagini che quell'argomentazione la cancellano. E l'associazione, una volta fissata nella memoria collettiva, non si scioglie con un comunicato. Resta una domanda, e non è retorica. Quando si è convinti di avere ragione, il modo in cui la si difende conta davvero, oppure è un dettaglio? Perché a giudicare da quello di cui parleremo tutti nei prossimi giorni, la risposta sembra già scritta.



Fonti:

  •  ANSA
  •  Il Sole 24 Ore
  •  Quotidiano Nazionale
  •  TorinoToday
  •  Il Fatto Quotidiano
  • Gazzetta del Sud
  • delibere CIPESS
  •  notav.info


Altri articoli in Attualità