Iattualità · Attualità · di ·

La Francia frena sul divieto dei social agli under 15: cosa è stato bocciato davvero e cosa succede adesso

Doveva partire il primo settembre, con il primo giorno di scuola. Il 14 agosto 2026 il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto dei social network per i minori di 15 anni, la misura simbolo voluta dal presidente Emmanuel Macron e approvata dal Parlamento il 21 luglio. La Francia sarebbe stata il primo Paese europeo a introdurre un divieto di questa portata, seguendo la strada aperta pochi mesi fa dall'Australia. La decisione dei giudici, però, non chiude la partita: per capire cosa succederà, e perché la vicenda riguarda da vicino anche l'Italia e l'Europa, bisogna distinguere con precisione tra ciò che la Corte ha respinto e ciò che invece ha esplicitamente riconosciuto come legittimo.

La Francia frena sul divieto dei social agli under 15: cosa è stato bocciato davvero e cosa succede adesso

Cosa prevedeva la legge

L'articolo 1 della legge vietava agli under 15 l'accesso ai social network come TikTok, Snapchat, X e Instagram, ma anche alle funzionalità social di piattaforme molto popolari come YouTube, alle app di messaggistica come WhatsApp e Messenger e alle componenti social di alcuni videogiochi online. Il calendario era serrato: il divieto sarebbe scattato il primo settembre 2026 per i nuovi account, mentre per i profili già esistenti la chiusura era prevista entro il primo gennaio 2027. Macron, che aveva fatto della protezione dei minori online uno dei suoi obiettivi dichiarati fin dal 2017, aveva ipotizzato la chiusura degli account già a settembre. La stessa legge conteneva anche un'altra misura, il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole superiori a partire dal primo settembre: su questa la Corte non si è pronunciata, perché non era stata chiamata a farlo, e resta quindi in vigore.


Perché la Corte ha detto no

A portare la legge davanti al Consiglio costituzionale, a fine luglio, è stato un gruppo di deputati socialisti e de La France Insoumise, che ha contestato specificamente l'articolo 1. I giudici hanno stabilito che il divieto comporta una limitazione della libertà di espressione e comunicazione dei minori che "non è adeguata, necessaria e proporzionata". Il passaggio chiave della decisione, però, è un altro, e merita attenzione: la Corte ha riconosciuto espressamente "l'esigenza costituzionale della protezione dell'interesse superiore del minore". Non ha quindi negato che i ragazzi vadano protetti dai rischi delle piattaforme; ha contestato lo strumento scelto, un divieto così ampio da applicarsi anche a servizi di comunicazione online "i cui rischi per la salute e la sicurezza dei minori non sono appurati". In altre parole, secondo i giudici, mettere nello stesso insieme un social basato su algoritmi di raccomandazione e una app di messaggistica significa colpire in modo indiscriminato, senza che per ogni servizio vietato esista una prova documentata del danno.


Il nodo scientifico: cosa è documentato e cosa no

La replica dell'Eliseo è arrivata in giornata, e tocca il punto più delicato della vicenda: secondo la presidenza francese gli effetti nocivi dei social network sui minori "sono scientificamente documentati", e l'obiettivo di tutelare la salute dei più giovani resta invariato. Il contrasto con la Corte, a ben vedere, non è sul principio ma sul perimetro: la letteratura scientifica ha accumulato evidenze consistenti sui rischi legati ad alcuni meccanismi specifici, come i sistemi di raccomandazione algoritmica, lo scorrimento infinito e le dinamiche di confronto sociale, associati in numerosi studi a disturbi del sonno, ansia e sintomi depressivi negli adolescenti. Le stesse evidenze, però, non coprono in modo uniforme tutti i servizi che la legge francese vietava: per le app di messaggistica o per le componenti social dei videogiochi il quadro scientifico è molto meno netto. È esattamente su questo scarto che la Corte ha costruito la bocciatura. La lezione, per chi scriverà la prossima versione della legge, sembrerebbe essere che un divieto generalizzato regge male al vaglio costituzionale, mentre misure mirate sui meccanismi di cui il danno è documentato avrebbero basi più solide.


Il precedente australiano e il quadro internazionale

La Francia non si muoveva nel vuoto. L'Australia ha introdotto il 10 dicembre 2025 il divieto dei social per i minori di 16 anni, il primo al mondo di questa portata: nel primo mese di applicazione le piattaforme hanno rimosso circa 4,7 milioni di account di minorenni, secondo i dati dell'autorità di regolazione australiana, che ha però riconosciuto sia la persistenza di account attivi sia un forte aumento nell'uso di VPN da parte degli adolescenti per aggirare i blocchi. Il modello australiano scarica l'onere della verifica dell'età interamente sulle piattaforme, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani, e vieta che il documento d'identità sia l'unico metodo di verifica richiesto, per ragioni di privacy. Negli Stati Uniti la Florida ha approvato nel 2024 una legge che vieta i social sotto i 14 anni, bloccata l'anno successivo da un giudice federale per contrasto con la libertà di espressione: un percorso che ricorda da vicino quello francese. Secondo l'Eliseo, più di trenta Paesi nel mondo si starebbero orientando verso divieti analoghi, mentre la Commissione europea lavora all'armonizzazione delle regole a livello UE. In Italia, dove l'età minima per iscriversi ai social è oggi fissata a 14 anni senza consenso dei genitori, esistono proposte parlamentari per introdurre limiti più severi, ma nessun provvedimento paragonabile a quello francese è arrivato al voto.


Cosa succede adesso

Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di lavorare "nel più breve tempo possibile" a una nuova formulazione giuridicamente solida della legge, che tenga conto della decisione della Corte e del quadro normativo europeo, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a una soluzione entro la primavera del 2027. La partita si sposta quindi su due tavoli: quello francese, dove la nuova legge dovrà definire con più precisione quali servizi vietare e su quali basi scientifiche, e quello europeo, dove una regola comune sulla verifica dell'età scioglierebbe uno dei nodi tecnici principali, dato che un divieto nazionale resta aggirabile finché le piattaforme rispondono a regole diverse in ogni Paese. Restano aperte anche le obiezioni di merito che accompagnano questi provvedimenti ovunque siano stati proposti: organizzazioni come Amnesty International sostengono che un divieto puro rischi di sollevare le piattaforme dalle proprie responsabilità senza risolvere i problemi che i ragazzi incontreranno comunque al compimento dell'età minima, mentre i sostenitori replicano che, come per alcol e tabacco, fissare una soglia d'età sia il modo più diretto per proteggere una fase dello sviluppo particolarmente vulnerabile. La bocciatura francese non ha risolto questo dibattito: lo ha reso, semmai, più urgente. Perché i giudici di Parigi hanno respinto una legge imperfetta, non la necessità da cui nasceva.


Fonti:

  •  Consiglio costituzionale francese (decisione del 14 agosto 2026);
  •  ANSA;
  •  Adnkronos; 
  • Il Sole 24 Ore; Quotidiano Nazionale;
  •  Euronews; 
  • Il Post; 
  • Avvenire; 
  • dichiarazioni dell'Eliseo.


Altri articoli in Attualità