Iattualità · Economia · di Nicola Ferrone ·
Un decimale non è un incidente: perché l'Italia resta in infrazione e cosa non stiamo dicendo
L'Istat ha chiuso i conti del 2025 con il deficit al 3,1%. Il governo lo racconta come una sfortuna, le opposizioni come una condanna. Ma i numeri dicono una cosa diversa da entrambe le versioni, e riguarda il modo in cui l'Italia ha scelto di correggere i propri conti.
Il numero non è un arrotondamento
La tentazione, davanti a un 3,079%, è di trattarlo come un incidente statistico. Un decimale in più, un altro tipo di arrotondamento, e l'Italia sarebbe fuori dalla procedura per disavanzo eccessivo con un anno di anticipo. Il dato Istat del 22 settembre racconta però l'opposto: rispetto alla stima di aprile, il deficit è peggiorato di 355 milioni. Le entrate sono cresciute di quasi due miliardi, ma le uscite di 2,3, e quasi tutte in conto capitale. Non è stata la crescita a mancare, il Pil del 2025 è stato anzi rivisto al rialzo allo 0,6% e quello del 2024 all'1,1%. È la spesa a essere andata oltre. Il decimale non è stato sfortunato: è stato guadagnato, un milione alla volta, e la revisione lo ha confermato invece di limarlo. Chi oggi si chiede se l'Istat abbia sottostimato gli italiani o il governo sta chiedendo alla statistica di dare un giudizio politico che non le compete. La statistica ha fatto il suo mestiere, e ha detto che il conto era quello.
Come si è corretto il deficit
Il dato più importante uscito il 22 settembre non è il 3,1%. È il 42,9%. Tanto vale la pressione fiscale nel 2025, sette decimali in più in un solo anno. Il deficit è sceso dal 3,4% al 3,1% mentre il carico di tasse e contributi sul Pil saliva: la correzione, in altre parole, è passata dalla parte delle entrate, non da quella della spesa. È la strada più rapida e la più fragile. Rapida perché l'inflazione e la crescita nominale gonfiano il gettito senza che nessuno debba firmare un taglio. Fragile perché la prima frenata dell'economia la cancella, e perché una pressione fiscale ai massimi storici è esattamente il contrario di ciò che tutte le forze politiche dicono di volere. Il governo rivendica, a ragione, di aver portato il deficit dall'8,1% del 2022 al 3,1%. Ma quell'8,1% era gonfiato dai crediti d'imposta edilizi, una scelta di governi precedenti, e la discesa da lì a oggi è dipesa in larga parte dal semplice esaurirsi di quel buco. Il merito del governo sta nel non averlo riaperto; il limite sta nell'aver fatto il resto con le tasse.
La trappola della difesa
C'è poi un aspetto tecnico che vale più di molti slogan. L'11 settembre l'Italia ha attivato a Bruxelles la clausola nazionale di salvaguardia sulla difesa: 1,5 punti di Pil nel triennio 2026-2028, poco meno di 35 miliardi, da spendere fuori dai limiti del Patto. Per i paesi fuori dalla procedura quella spesa non conta né sul tetto della spesa netta né sul deficit. Per i paesi in procedura, invece, non pesa sulla spesa netta ma resta dentro il disavanzo da riportare sotto il 3%. È l'asimmetria di cui si parla poco: ogni euro speso per la difesa con la clausola allontana l'uscita dalla procedura, e restare dentro nel 2026 significa che quei miliardi vanno comunque fatti stare sotto la soglia. Il governo aveva scommesso di essere fuori in tempo per usare la flessibilità senza costi. La scommessa è persa per un decimale. Il risultato è che il paese si ritrova a dover finanziare, nello stesso anno, un aumento delle spese militari richiesto dagli alleati e un percorso di rientro che di quelle spese non tiene conto. Nessuno, in maggioranza o all'opposizione, ha spiegato agli italiani questo dettaglio. Eppure è il vincolo più concreto sulla manovra che sta per arrivare.
La domanda sbagliata
Il dibattito politico si è subito assestato su una domanda: sforare o non sforare. La Lega chiede uno scostamento di almeno otto miliardi per pagare i cantieri, Forza Italia e il ministero dell'Economia frenano, le opposizioni denunciano quattro anni di rigore a colpi di tasse. Sono posizioni che hanno ciascuna un fondamento, e non è compito di questo giornale scegliere tra loro. Ma la domanda è sbagliata, perché presuppone che il problema sia la quantità di spesa. Il problema è la qualità. Dei circa quattro miliardi di avanzi del Pnrr disponibili per la manovra, due sono già impegnati per lo stop al bollo auto nel 2027: una misura popolare, di cui nessuno ha mai stimato un effetto sulla crescita. La crescita del 2026, intorno all'1% contro lo 0,6% previsto, apre qualche decimale di spazio, e su quello spazio si affollano flat tax, taglio delle tasse, aiuti alle famiglie e alle bollette. Sono tutte richieste legittime. Sommate, valgono molte volte lo spazio che esiste. Una manovra che le accontentasse in parte, un po' a ciascuno, finirebbe per spendere ciò che ha in misure che non spostano il Pil, e lascerebbe l'uscita dalla procedura appesa alla speranza che la crescita faccia da sola il lavoro che la politica non ha fatto.
Dieci paesi in procedura, ma uno con il secondo debito d'Europa
Va detto per correttezza che essere in procedura non è un'anomalia italiana. Oggi ci sono dieci Stati membri sotto procedura per disavanzo eccessivo, tra cui Francia, Belgio, Austria, Polonia e Finlandia; la Bulgaria vi è entrata a luglio, sei mesi dopo aver adottato l'euro, e Malta ne è uscita a giugno. La Francia ha un deficit ben più alto del nostro e nessuno la considera un paese fallito. La differenza sta in un altro numero: il debito italiano è al 136,7% del Pil, il secondo dell'Unione dopo la Grecia. È questo che rende la procedura costosa per noi e sopportabile per altri. Un paese con quel debito non paga il decimale in sé; paga la credibilità, cioè il tasso a cui rifinanzia ogni anno centinaia di miliardi. Il ministro dell'Economia lo ha detto in una forma che merita di essere ricordata: un paese così indebitato, se perde credibilità, non sceglie più, subisce. È una frase pronunciata contro una parte della sua stessa maggioranza, e per questo vale doppio.
Cosa dovrebbe dire una manovra seria
L'uscita nel 2027 è scritta nei documenti, con un deficit al 2,9% nel 2026. Sulla carta è raggiungibile, a due condizioni: che la crescita confermi l'1% e che la spesa resti sotto il tetto dell'1,6% fissato dal Consiglio europeo, difesa compresa. Nessuna delle due dipende da un decreto. Una manovra seria, in questo quadro, dovrebbe fare tre cose che nessuno oggi promette: dire quali delle richieste in campo non entreranno, invece di annunciarle tutte e finanziarle a metà; spostare la correzione dalle entrate alla spesa, perché il 42,9% non è sostenibile né politicamente né economicamente; e dire apertamente che la clausola sulla difesa, per un paese in procedura, ha un prezzo, e chi lo paga. Non sono scelte di destra o di sinistra. Sono scelte tra il breve e il lungo periodo, e l'Italia ha una lunga tradizione di preferire il primo. Il 21 ottobre Eurostat certificherà i conti, a novembre la Commissione si esprimerà, entro fine anno il Parlamento voterà la legge di bilancio. Sapremo allora se il decimale è servito a qualcosa. Un incidente, per definizione, non insegna nulla. Un conto che torna, sì.
Fonti:
- Istat, Conti economici nazionali 2010-2025, 22 settembre 2026
- Consiglio dell'Unione europea, timeline della procedura per disavanzo eccessivo, aggiornata al 10 luglio 2026
- Eurostat, notifica di aprile 2026 sui conti pubblici degli Stati membri
- Ministero dell'Economia e delle Finanze, dichiarazione del ministro Giorgetti, 22 settembre 2026
- Il Fatto Quotidiano, 22 e 23 settembre 2026
- Askanews, 22 settembre 2026
- Il Messaggero, 23 settembre 2026
- Quotidiano Nazionale, 22 settembre 2026
- Open, 22 settembre 2026
- Sky TG24, 22 aprile 2026