Iattualità · Cronaca · di Andrè Renzuto Iodice ·
Francesca Tucci e il processo che non spetta ai social
Il caso Cardarelli — Una ragazza di 24 anni morta dopo un intervento programmato, tre medici indagati come atto dovuto, un'autopsia che darà risposte entro settanta giorni. E intorno, il rumore delle sentenze anticipate. Perché la verità ha bisogno di tempo, non di dirette.
Francesca Antonia Tucci aveva 24 anni. Studiava Giurisprudenza all'Università Parthenope di Napoli e le mancavano due esami alla laurea. Chi la conosceva la descrive come una ragazza solare, con un fidanzato, una famiglia, un futuro in costruzione. Conviveva da tempo con una patologia congenita dell'apparato digerente che le causava disturbi e gonfiore addominale: una condizione fastidiosa, non pericolosa per la vita. «Non era un intervento salvavita, mia figlia stava bene», ha ripetuto il padre, Vincenzo Tucci.
Il 29 giugno Francesca arriva all'ospedale Cardarelli guidando la sua auto, per un ricovero programmato. La sera stessa viene sottoposta al primo intervento in laparoscopia, durato circa un'ora e concluso, secondo le ricostruzioni, senza criticità apparenti. Poi le sue condizioni precipitano: nella notte tra l'1 e il 2 luglio i medici la riportano in sala operatoria per un secondo intervento d'urgenza. Non basta. Francesca muore in terapia intensiva il 2 luglio.
C'è un dettaglio che ha dato al caso una risonanza ulteriore: l'intervento era stato eseguito in regime di intramoenia, l'attività libero-professionale che i medici possono svolgere a pagamento all'interno della struttura pubblica. Secondo quanto riferito dal padre, la famiglia avrebbe sostenuto una spesa di oltre diecimila euro, più circa cinquecento euro al giorno per la stanza. «Ho pagato e, malgrado ciò, ho visto morire mia figlia», sono le parole che Vincenzo Tucci ha affidato ai suoi legali.
L'INCHIESTA
La Procura di Napoli, con il sostituto procuratore Mario Canale, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo in concorso. La salma e la documentazione clinica sono state sequestrate. Tre sanitari risultano iscritti nel registro degli indagati.
Scegliamo di non pubblicarne i nomi in questa fase, ed è una scelta deliberata: l'iscrizione è un atto dovuto, un passaggio tecnico che serve a garantire agli indagati il diritto di nominare propri consulenti per gli accertamenti irripetibili. Non è un indizio di colpevolezza, e vale — per tutti — la presunzione di innocenza.
L'autopsia è stata eseguita il 7 luglio. I consulenti avranno settanta giorni per depositare la relazione che dovrà chiarire le cause della morte e l'eventuale nesso con gli interventi chirurgici. La famiglia, assistita dai suoi legali, ha nominato propri consulenti di parte; il difensore di uno dei sanitari ha invitato ad attendere gli esiti delle indagini, ricordando che le responsabilità si accertano nelle sedi giudiziarie.
L'azienda ospedaliera ha espresso cordoglio e comunicato di aver avviato le procedure di verifica regionali e ministeriali previste. L'8 luglio, ad Afragola, una folla commossa ha accompagnato la bara bianca di Francesca nel giorno dei funerali, dopo il presidio del giorno prima davanti allo scalone del Cardarelli.
LE DOMANDE LEGITTIME
Questo caso solleva interrogativi che meritano risposte istituzionali, non alzate di spalle. L'intramoenia è nata per trattenere i professionisti nel servizio pubblico e accorciare le liste d'attesa, ma resta un terreno delicato: quali garanzie accompagnano i percorsi a pagamento dentro gli ospedali pubblici? I protocolli e le tutele sono identici a quelli dei ricoveri ordinari? Sono domande che la politica — anche attraverso esposti e interrogazioni, come quelle annunciate dal deputato Francesco Emilio Borrelli, che ha espresso forti perplessità sul sistema — ha il diritto e il dovere di porre.
Porre domande, però, non è emettere sentenze. E il confine, in questi giorni, è stato attraversato più volte.
IL PROCESSO CHE NON SPETTA AI SOCIAL
Prima ancora che l'autopsia fosse eseguita, sui social il verdetto sembrava già scritto: dirette fiume, colpevoli additati, il dolore di una famiglia trasformato in contenuto da consumare. Lo diciamo con chiarezza: il dolore del padre è sacro e la sua richiesta di giustizia è legittima. Ma chi ha responsabilità pubbliche dovrebbe maneggiare quel dolore con una cautela proporzionale alla propria visibilità, non cavalcarlo in tempo reale.
I direttori dei dipartimenti del Cardarelli hanno rivolto un appello contro i processi mediatici e social. Un'osservazione è doverosa: quell'appello va accolto quando coincide con un principio dello Stato di diritto, non quando rischia di diventare uno scudo corporativo. Le due cose si distinguono in un solo modo: lasciando che le indagini facciano il loro corso fino in fondo, senza sconti e senza gogne. La magistratura dispone di strumenti che nessuna diretta possiede: l'autopsia, le perizie, il contraddittorio tra consulenti, l'esame delle cartelle cliniche. È lì che si accerta la verità. Tutto il resto è rumore — e il rumore, oltre a ferire chi resta, può inquinare persino il terreno su cui la giustizia dovrà camminare.
IL RISCHIO CHE NON VOGLIAMO PIÙ VEDERE
C'è infine una riflessione che riguarda tutti noi. La medicina moderna è diventata così efficace da averci abituati a darla per scontata: entriamo in ospedale convinti che tutto debba filare liscio, sempre. È una conquista straordinaria, ma ha un effetto collaterale culturale: abbiamo rimosso l'idea che il rischio zero, in chirurgia, non esiste. Anche gli interventi programmati, anche quelli considerati di routine, portano con sé una percentuale di complicanze: piccola, ridotta ogni anno dalla tecnologia e dai protocolli, ma mai azzerata.
Stabilire se la morte di Francesca sia stata causata da un errore, da una complicanza imprevedibile o da una catena di fattori sarà compito dei periti e dei giudici. Se emergerà una negligenza, la famiglia merita giustizia piena e il sistema dovrà interrogarsi senza reticenze. Se fu una tragica fatalità, tre professionisti meritano di non restare marchiati a vita da un verdetto emesso nei commenti.
Settanta giorni. È il tempo che la relazione autoptica ha davanti. È poco, rispetto al dolore di chi aspetta; è moltissimo, rispetto alla velocità con cui i social pretendono risposte. Noi sceglieremo sempre il tempo della verifica
Alla famiglia di Francesca vanno le più sincere condoglianze di tutta la redazione.
FONTI:
- ANSA, «Morta in terapia intensiva: famiglia, "chiediamo risposte e giustizia"» (10 luglio 2026)
- Sky TG24, «Francesca Tucci morta al Cardarelli di Napoli, padre ha pagato oltre 10mila euro per l'intervento» (7 luglio 2026)
- Il Mattino, «Il papà di Francesca Tucci: "Ho pagato per far morire mia figlia"»
- Fanpage, «Francesca Tucci morta a 24 anni al Cardarelli, il papà non si dà pace»
- La Nuova Sardegna, «Muore a 24 anni dopo un intervento in intramoenia, la procura apre un fascicolo»
- Napolitan.it, «Morte di Francesca Tucci, flash mob davanti al Cardarelli. L'ospedale: "No ai processi sui social"»
- Comunicazioni dell'Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale "A. Cardarelli" e appello dei direttori dei dipartimenti
- Atti della Procura della Repubblica di Napoli (fascicolo coordinato dal sostituto procuratore Mario Canale)