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Urzulei, la corsa contro il tempo e il paradosso italiano: la parte dello Stato che funziona meglio è fatta di volontari

Dieci metri di roccia friabile separano uno speleologo di trentun anni dalla superficie. Da domenica pomeriggio, nella grotta di Gorropeddu, nel territorio di Urzulei, in Ogliastra, decine di persone scavano a mano per raggiungerlo. L'uomo sarebbe vivo e cosciente, e avrebbe parlato con i soccorritori. Intorno a lui si è mossa una macchina che in poche ore ha portato sul Supramonte elicotteri dell'Aeronautica Militare, unità specializzate dei vigili del fuoco e tecnici arrivati da mezza Italia. È la cronaca di un salvataggio ancora in corso. Ma è anche la fotografia di un sistema che l'Italia dà per scontato e che, a guardarlo da vicino, si regge su un paradosso.

Urzulei, la corsa contro il tempo e il paradosso italiano: la parte dello Stato che funziona meglio è fatta di volontari

Cosa sappiamo, al momento in cui scriviamo

L'allarme sarebbe scattato nelle prime ore del pomeriggio di domenica 11 ottobre, lanciato dagli altri escursionisti che erano con lui. Durante l'esplorazione della cavità una parte della volta avrebbe ceduto, e una scarica di terra, pietre e massi avrebbe chiuso l'ingresso. Secondo quanto riferito da diverse fonti, lo speleologo, residente nel Sassarese, si troverebbe a circa dieci metri di profondità e sarebbe in parte coperto da ulteriori detriti. I soccorritori sarebbero riusciti a mettersi in contatto con lui a voce. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha descritto le operazioni come particolarmente complesse per la quantità di materiale da asportare, con massi instabili che impongono cautela. Sul posto operano più di trenta tecnici del Soccorso Alpino, tra cui medici e specialisti nella disostruzione, i vigili del fuoco del distaccamento di Tortolì e le squadre speleo-alpino-fluviali del comando di Nuoro, sedici unità USAR Medium trasportate in elicottero dall'Aeronautica Militare dalla base di Decimomannu, la Protezione Civile di Dorgali e l'elisoccorso regionale. A Urzulei è stato allestito un Posto di Comando Avanzato. Nella mattinata di lunedì era previsto l'arrivo, sempre con il supporto dell'Aeronautica, di altri tre tecnici specializzati dall'Italia centrale e di otto tecnici sardi. Le operazioni sono proseguite per tutta la notte e, nel momento in cui scriviamo, non si sono fermate.


Perché non si può scavare in fretta

Chi segue la vicenda da fuori si chiede perché, con decine di persone e mezzi, dopo quasi ventiquattro ore l'uomo non sia ancora stato raggiunto. La risposta sta nella natura della roccia. Il materiale che ostruisce il passaggio sarebbe friabile e instabile: ogni masso rimosso può provocare il cedimento di quello accanto, e in fondo al cunicolo c'è una persona. Per questo non si usano mezzi meccanici. Si procede a mano, un sasso alla volta, puntellando e verificando. È una corsa contro il tempo con il freno tirato, dove la fretta è il rischio principale. Un dettaglio che vale la pena ricordare prima di giudicare i tempi di un intervento di questo tipo.


Chi sono quelli che scavano

Qui sta il punto che spesso sfugge. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, l'organizzazione che per legge guida i soccorsi in montagna e in grotta, non è un corpo dello Stato con dipendenti in servizio. È una struttura del Club Alpino Italiano formata da tecnici volontari. Secondo i dati diffusi dal Corpo stesso e ripresi dalla stampa nazionale, i tecnici operativi in tutta Italia sarebbero circa settemila. Hanno un lavoro, una famiglia, una vita normale. Quando arriva la chiamata lasciano tutto e vanno. A Urzulei, le mani che da domenica spostano pietre nel buio appartengono in larga parte a persone che non fanno questo di mestiere. Accanto a loro operano professionisti veri, i vigili del fuoco, gli equipaggi dell'Aeronautica, il personale sanitario del 118. Ma la competenza specifica, quella di chi sa muoversi in una grotta franata e sa come disostruire un passaggio senza farlo crollare, è in gran parte volontaria.


Cosa dicono le leggi

Il quadro normativo è più strutturato di quanto si pensi, e proprio per questo rende il paradosso più evidente. La legge 162 del 1992 prevede che i volontari del Soccorso Alpino e Speleologico possano assentarsi dal lavoro nei giorni in cui partecipano a operazioni di soccorso, con la retribuzione rimborsata al datore di lavoro dallo Stato. La legge 74 del 2001 ha poi riconosciuto il Corpo come servizio di pubblica utilità e come struttura operativa nazionale della Protezione Civile, affidandogli il ruolo di riferimento per il soccorso sanitario in territorio montano e in ambiente ipogeo, e precisando che l'attività dei suoi membri si considera prestata prevalentemente in modo volontario e senza fine di lucro. In altre parole, lo Stato ha scritto nero su bianco che una funzione pubblica essenziale è affidata a chi la svolge gratis, e ha costruito attorno a questa scelta un sistema di permessi e rimborsi. Non è un buco normativo. È una scelta di modello.


I numeri di un anno di soccorsi

Per capire la dimensione del fenomeno aiutano i dati. Secondo il bilancio delle attività del 2024 diffuso dal Corpo e riportato dalla stampa nazionale, i tecnici volontari avrebbero partecipato a circa dodicimila missioni, soccorrendo 11.789 persone. I feriti gravi sarebbero stati 1.431, i morti 466. Nel 44 per cento dei casi le persone soccorse stavano facendo un'escursione, nel 14 per cento sciavano. Il profilo prevalente, secondo l'analisi del Corpo, sarebbe quello di un uomo italiano tra i cinquanta e i sessant'anni, leggermente ferito durante una gita. Dodicimila interventi l'anno significa, in media, più di trenta al giorno, ogni giorno, in gran parte eseguiti da persone che il giorno dopo tornano in ufficio o in fabbrica. I bilanci regionali raccontano la stessa cosa in piccolo: il Soccorso Alpino trentino, per esempio, avrebbe chiuso il 2025 con oltre millecinquecento interventi, e quello altoatesino con circa millequattrocento.


Il dibattito su chi paga

Ogni volta che un salvataggio diventa notizia nazionale, la discussione pubblica si sposta su una domanda ricorrente: chi deve pagare. Alcune Regioni hanno già introdotto forme di contributo alle spese per chi viene soccorso illeso o senza aver subito un infortunio, e il tema torna periodicamente nei dibattiti sulle convenzioni regionali. In Veneto, secondo quanto riportato dalla stampa locale, la convenzione con il Soccorso Alpino è stata rinnovata nel 2025 portando il budget verso un milione di euro l'anno, e il presidente della Regione ha parlato di volontari eccezionali, ipotizzando al tempo stesso un contributo più alto per chi affronta la montagna impreparato. I dati veneti, inoltre, indicherebbero che una percentuale molto bassa delle persone soccorse è coperta da un'assicurazione. È una discussione legittima, che tocca la responsabilità individuale di chi va in montagna o in grotta. Ma rischia di nascondere la questione più grande: non chi paga il singolo intervento, bensì chi regge l'intero sistema, e a quali condizioni.


Il punto

Lo speleologo di Urzulei, se tutto andrà come speriamo, uscirà da quella grotta grazie a un dispositivo che ha funzionato: elicotteri militari, vigili del fuoco, coordinamento, tecnici arrivati da altre regioni. Uno Stato capace di muoversi in poche ore per una sola vita è uno Stato che fa il suo dovere. Ma la competenza decisiva, quella senza cui gli elicotteri sarebbero inutili, è affidata a cittadini che la mettono a disposizione per scelta, formandosi per anni, assumendosi rischi reali e senza uno stipendio per questo. Il sistema regge perché loro ci sono. La domanda che resta, e che vale più di qualsiasi polemica sul conto da presentare agli escursionisti, è se sia sostenibile che una delle funzioni pubbliche più delicate del Paese dipenda dalla disponibilità di settemila persone che potrebbero, un giorno, semplicemente non esserci più. Vi sembra normale che la parte più efficiente del nostro Paese funzioni grazie a chi non viene pagato?



Fonti:

  • Adnkronos, Urzulei, speleologo bloccato in una grotta dopo una frana: soccorsi in azione, 11 ottobre 2026
  • LaPresse / Il Mattino, Speleologo bloccato in grotta a Urzulei: proseguono operazioni di salvataggio, 12 ottobre 2026
  • Il Fatto Quotidiano, Speleologo bloccato in una grotta in Sardegna dopo una frana: corsa contro il tempo per salvarlo, 12 ottobre 2026
  • Alanews, Speleologo bloccato in una grotta, soccorritori al lavoro in Sardegna, 12 ottobre 2026
  • DIRE, C'è uno speleologo bloccato da ieri in una grotta franata, in Sardegna, 12 ottobre 2026
  • Il Post, Nel 2024 i tecnici volontari hanno soccorso quasi 12mila persone, 26 marzo 2025
  • L'Adige, Soccorso alpino trentino, in un anno 1.553 interventi e 1.602 persone assistite
  • Il Dolomiti, Montagna, i numeri dei soccorsi in Alto Adige nel 2025; Sale il budget per il Soccorso alpino in Veneto, 4 maggio 2025
  • Legge 18 febbraio 1992, n. 162, Provvedimenti per i volontari del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico
  • Legge 21 marzo 2001, n. 74, Disposizioni per favorire l'attività svolta dal Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico

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