Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Doveva iniziare un percorso di de-radicalizzazione: cosa non ha funzionato a Berlino
Abdul Ballout era uscito di prigione a maggio. Il programma che avrebbe dovuto seguirlo non era ancora cominciato. Sabato sera un minivan bianco è entrato nel Tiergarten durante il Pride di Berlino. La domanda che resta non riguarda l'ISIS: riguarda cosa facciamo con chi torna libero.
I fatti, per come risultano al momento. Intorno alle ventidue di sabato venticinque luglio un minivan bianco sarebbe entrato nel parco del Großer Tiergarten, all'altezza della Lennéstraße, percorrendo un tratto dell'Ahornsteig, la strada interna che porta verso la Porta di Brandeburgo. In quel punto stavano defluendo i partecipanti al Christopher Street Day, il Pride della capitale tedesca, una delle manifestazioni per i diritti LGBTQ+ più grandi d'Europa. Il mezzo avrebbe travolto diverse persone prima di terminare la corsa contro un albero. Il conducente sarebbe poi sceso, avrebbe ferito altre persone con un machete e sarebbe fuggito a piedi. Il bilancio, consolidato nelle ore successive, è di una donna morta e ventinove feriti, alcuni in condizioni gravi. Quando gli agenti hanno raggiunto il veicolo l'abitacolo era vuoto. Da lì è partita una caccia all'uomo durata poco più di ventiquattro ore, con centinaia di persone impegnate e il parco perlustrato anche con telecamere termiche. Domenica intorno alle diciotto il sospettato sarebbe stato individuato in un orto urbano nel quartiere di Spandau, nella parte occidentale della città. Secondo la ricostruzione della polizia avrebbe tentato di aggredire gli agenti con un'arma da taglio; un'unità speciale ha aperto il fuoco e l'uomo è morto nonostante i tentativi di rianimazione. Le autorità hanno successivamente dichiarato di non essere alla ricerca di complici, benché nella notte fosse stato fermato un uomo ritenuto possibile occupante del van. Su questo punto le ricostruzioni non collimano ancora. Una precisazione necessaria: il sospettato è morto e non ci sarà alcun processo. Tutto ciò che sappiamo sulla dinamica proviene da fonti di polizia e da ricostruzioni giornalistiche e resterà privo di un accertamento giudiziario definitivo.
Chi era, e perché il riferimento all'ISIS va maneggiato con cura
Abdul Ballout aveva ventuno anni, era cittadino tedesco di origine libanese e aveva precedenti penali. Secondo quanto riportato da diversi media tedeschi era già noto agli apparati di sicurezza come vicino all'ambiente islamista berlinese e sarebbe stato condannato per aver progettato un atto di violenza grave contro lo Stato. Nel 2025 avrebbe tentato di raggiungere lo Stato Islamico, senza riuscirci: sarebbe stato fermato in Libano e successivamente rimpatriato, quindi arrestato al rientro a Berlino. È uscito nel maggio 2026 da una struttura detentiva minorile. Qui sta il punto che molte ricostruzioni hanno appiattito. Un attentatore respinto da un'organizzazione non è un attentatore inviato da quell'organizzazione. Se il quadro venisse confermato, non si tratterebbe del ritorno operativo di una struttura terroristica in Europa, ma del profilo opposto: l'attore solitario che si autoassegna una causa, agisce senza catena di comando e sceglie da sé il bersaglio. È una differenza sostanziale, e non a favore della tranquillità. Una cellula lascia tracce: comunicazioni, finanziamenti, spostamenti, complici. Un individuo che decide da solo, con un veicolo a noleggio e un coltello, non lascia quasi nulla da intercettare. È esattamente il modello che dal 2016 in poi ha reso più difficile la prevenzione in tutta Europa. La scelta del bersaglio, poi, non è casuale e va detta con chiarezza: un corteo per i diritti LGBTQ+ è un obiettivo simbolico, e la propaganda ostile alle persone queer è un tratto condiviso tra ambienti islamisti radicali ed estremismi di segno opposto.
Il nodo: i programmi di uscita funzionano?
La Germania ha una delle infrastrutture di prevenzione più sviluppate d'Europa. Esistono programmi di distacco dall'estremismo gestiti da enti pubblici e da associazioni, sportelli di consulenza per le famiglie, accompagnamento post-detentivo. Dal 2018 il governo federale ha aumentato in modo significativo le risorse destinate a questo capitolo. E questo caso, se le ricostruzioni verranno confermate, mostra il limite strutturale del modello: non l'assenza del programma, ma il tempo che intercorre tra la scarcerazione e l'inizio effettivo della presa in carico. È una finestra critica documentata dalla letteratura internazionale. Il periodo immediatamente successivo al rilascio è quello in cui il soggetto ritrova i contatti precedenti, perde la struttura quotidiana della detenzione e resta senza supervisione formale. Se in quella finestra il percorso non è già attivo, il programma esiste sulla carta ma non nella vita della persona. Le valutazioni indipendenti sull'efficacia dei programmi di de-radicalizzazione, va detto, restano scarse e metodologicamente fragili quasi ovunque: misurare quanti attentati non sono avvenuti è un problema statistico difficile, e le corti dei conti europee lo hanno segnalato più volte. C'è poi la questione a monte, che il dibattito tedesco affronterà nei prossimi giorni: se una persona è stata condannata per aver progettato violenza contro lo Stato ed è nota agli apparati come vicina all'ambiente islamista, quale valutazione di pericolosità accompagna la sua scarcerazione, e con quali strumenti di sorveglianza. Il programma di de-radicalizzazione è una risposta di lungo periodo. Il rischio, nel breve, è un problema diverso.
Un dato che circola distorto
In queste ore verrà citato molto il MOTRA-Monitor, il sistema di monitoraggio della radicalizzazione coordinato con l'Ufficio federale di polizia criminale tedesco, che nell'edizione 2026 raccoglie cinque rilevazioni condotte tra il 2021 e il 2025 su quasi ventiduemila intervistati. Il titolo che gira è che quasi un giovane musulmano su due in Germania sarebbe vicino all'islamismo. Il dato reale è più articolato, e vale la pena riportarlo per come è. Tra i musulmani sotto i quarant'anni, circa l'undici virgola cinque per cento mostrerebbe atteggiamenti manifestamente affini all'islamismo; una quota molto più ampia, intorno al trentatré virgola sei per cento, presenterebbe una componente latente, cioè una predisposizione non esplicita. La cifra del quarantacinque per cento nasce dalla somma delle due. Sommare "manifesto" e "latente" e chiamare il risultato "vicino all'islamismo" è un'operazione che la struttura stessa dello studio non autorizza. Il numero che conta, e che resta comunque significativo, è il primo. Lo stesso rapporto segnala inoltre una crescita rilevante degli atteggiamenti antisemiti nello stesso periodo. Diciamo questo non per minimizzare, ma perché su un tema del genere la precisione è l'unica difesa contro la strumentalizzazione, in entrambe le direzioni.
Le reazioni
Il ministro dell'Interno Alexander Dobrindt ha parlato di un attentato terroristico di matrice islamista. Il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha descritto l'attacco come rivolto contro la società aperta e il modo di vivere comune del Paese. Il sindaco di Berlino Kai Wegner ha parlato di un attacco alla città e ai suoi valori, definendolo un colpo alla società libera e cosmopolita. Il cancelliere Friedrich Merz ha sottolineato il carattere pacifico della manifestazione colpita. La parata è stata annullata immediatamente e domenica centinaia di persone si sono radunate in ricordo delle vittime.
Cosa resta aperto
Restano da chiarire almeno tre cose: se vi fossero altre persone nel veicolo, quali indicazioni fossero state date al momento della scarcerazione di maggio, e a che punto fosse concretamente il percorso di de-radicalizzazione previsto. Sono domande tecniche, non ideologiche, e le risposte determineranno se questo sia stato un fallimento individuale o un difetto di sistema. La domanda che poniamo ai lettori è quella che il caso solleva davvero. Su profili radicalizzati fino a questo punto, questi percorsi funzionano, oppure sono un rischio che ci assumiamo senza sapere quanto vale?