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Ponte Morandi, il giorno del verdetto: cosa giudica davvero la sentenza di Genova

Il quattordici agosto 2018, alle 11:36, il viadotto Polcevera si spezzò portando con sé quarantatré vite. Domani, 16 luglio, a quasi otto anni di distanza, il tribunale di Genova pronuncerà la sentenza di primo grado. Ma ridurre questo momento a una lista di condanne o assoluzioni sarebbe un errore. Perché quello che si chiude domani non è soltanto il processo a cinquantasette persone: è il primo vero banco di prova giudiziario di un intero modello di gestione delle infrastrutture italiane. E l'esito, qualunque sia, ci dirà molto su quanto il nostro sistema sia capace di processare non solo gli individui, ma i meccanismi.

Ponte Morandi, il giorno del verdetto: cosa giudica davvero la sentenza di Genova

Un processo che ha fatto storia, nei numeri e nel metodo

I numeri raccontano da soli la dimensione dell'impresa: duecentottantaquattro udienze dal luglio 2022, cinquantasette imputati assistiti da sessantasette difensori, centosessantotto parti civili, oltre dodici terabyte di documentazione, trecentotrentadue faldoni, più di ventiquattromila pagine di trascrizioni. Il tribunale di Genova ha dovuto costruire un'aula apposita, una tensostruttura nel cortile del palazzo di giustizia, per ospitare un dibattimento che ha viaggiato al ritmo di tre udienze a settimana. Chi parla di giustizia lenta dovrebbe guardare questi numeri prima di emettere il proprio, di verdetto: tre anni di indagini, un anno di udienza preliminare con due incidenti probatori, quattro anni di dibattimento tecnico dove si sono confrontati periti, ingegneri e consulenti su questioni di corrosione dei trefoli, storia manutentiva e responsabilità gestionali. La verità processuale, in casi come questo, non si improvvisa.


L'impianto accusatorio: il risparmio come sistema

Secondo la ricostruzione della procura, sostenuta in aula dai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, il crollo non sarebbe stato una fatalità imprevedibile ma l'esito di anni di risparmi su sicurezza e manutenzioni, finalizzati a garantire maggiori dividendi agli azionisti. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dall'omicidio colposo plurimo al crollo doloso, dall'omissione di atti d'ufficio all'attentato alla sicurezza dei trasporti. Le richieste di pena ammontano complessivamente a quasi quattrocento anni di carcere. Va detto con chiarezza: si tratta della tesi dell'accusa, che le difese hanno contestato punto per punto durante l'intero dibattimento, e tutti gli imputati restano presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Ma è proprio qui che il processo assume il suo significato più ampio. Perché la domanda a cui i giudici Lepri, Baldini e Polidori devono rispondere non è solo chi sapeva cosa e quando: è se un sistema di concessioni costruito su controllori interni al controllato, con lo Stato concedente ridotto a spettatore, potesse strutturalmente produrre un esito diverso.


Il nodo che il processo non può sciogliere: le società non sono alla sbarra

C'è un dato che merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta: domani alla sbarra ci saranno soltanto persone fisiche. Autostrade per l'Italia e Spea, la controllata che avrebbe dovuto vigilare sullo stato del ponte, sono uscite dal processo già nel 2021 con un patteggiamento da quasi trenta milioni di euro. È una cifra che va contestualizzata: parliamo di società che gestivano una delle concessioni più redditizie d'Europa. Il nostro ordinamento consente alle persone giuridiche di definire la propria posizione con un accordo economico, mentre i manager rispondono penalmente in proprio. È una scelta legislativa legittima, prevista dal decreto 231 del 2001, ma il caso Morandi ne espone il paradosso: se la tesi accusatoria fosse confermata, avremmo individui condannati per scelte maturate dentro logiche aziendali, mentre le aziende che quelle logiche hanno incarnato hanno chiuso la partita con un assegno. Non è una critica ai giudici, che applicano la legge esistente. È una domanda al legislatore, che il verdetto di domani renderà inevitabile.


La lettera di scuse: gesto morale o mossa d'immagine?

Alla vigilia della sentenza è arrivato il gesto che ha acceso la discussione: Autostrade per l'Italia ha inviato una lettera di scuse pubbliche, con l'amministratore delegato che ha parlato di una esigenza morale. Otto anni dopo il crollo, poche ore prima del verdetto. La tempistica non può essere ignorata, e infatti le reazioni si sono divise. C'è chi vi legge un atto dovuto, per quanto tardivo: l'attuale Aspi è una società a controllo pubblico, con azionariato e vertici diversi da quelli dell'epoca del crollo, e la volontà di segnare una discontinuità può essere genuina. E c'è chi vi vede un'operazione di posizionamento reputazionale calibrata sul calendario giudiziario. Entrambe le letture hanno una loro plausibilità, e non spetta a noi stabilire quale sia quella vera. Quel che si può osservare è un fatto: le scuse arrivano da un soggetto societario che nel processo non c'è più, mentre chi rischia la condanna in aula non le ha mai pronunciate. Anche questo dice qualcosa sulla distanza tra responsabilità morale e responsabilità penale.


Cosa cambierà, e cosa no, dopo domani

Qualunque cosa accada domani, sarà un punto di partenza più che un punto d'arrivo. La sentenza di primo grado è per definizione ribaltabile in appello e in Cassazione, e la complessità tecnica del caso rende probabile un percorso lungo nei gradi successivi. Il rischio prescrizione, mitigato ma non azzerato dalle riforme, resterà un convitato di pietra. Per i familiari delle quarantatré vittime, che hanno seguito ogni udienza, il verdetto avrà un valore che nessuna analisi giuridica può misurare. Ma per il Paese la questione vera è un'altra, e sopravvivrà alla sentenza: il sistema delle concessioni autostradali è stato davvero riformato dopo il 2018? I controlli sono oggi strutturalmente indipendenti da chi gestisce? La risposta onesta è: solo in parte. La revoca della concessione ad Aspi si è risolta in una complessa operazione societaria che ha portato la rete sotto controllo pubblico, i piani di monitoraggio sono stati potenziati, ma l'architettura di fondo del rapporto tra Stato concedente e gestori resta quella di prima, con margini di opacità che gli addetti ai lavori conoscono bene. Il ponte è stato ricostruito in tempi record, ed è diventato il simbolo di un'Italia che sa fare. La domanda scomoda è se abbiamo ricostruito con la stessa rapidità anche il sistema che avrebbe dovuto impedire il crollo. Domani i giudici diranno la loro sulla responsabilità di cinquantasette persone. Sulla responsabilità del sistema, il processo resta aperto. E il giudice, in quel caso, siamo tutti noi.


Fonti:

  • ANSA, Il crollo del ponte Morandi, dopo 8 anni arriva la sentenza, 14 luglio 2026
  • Genova24, La tragedia del ponte Morandi arriva a sentenza dopo 284 udienze, luglio 2026
  • GenovaToday, Ponte Morandi: 284 udienze e 400 anni di condanne richieste, giovedì il primo verdetto, 14 luglio 2026
  • Adnkronos, Ponte Morandi, domani la prima sentenza. L'ad Autostrade: chiediamo scusa, 15 luglio 2026


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