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Chi interviene diventa il bersaglio: due casi in quattro giorni e cosa dice davvero la legge

In quattro giorni, in Italia, due persone sono state aggredite per essere intervenute in aiuto di qualcuno. Non è una statistica: è una coincidenza di calendario che però mette in fila una dinamica ricorrente, e che vale la pena guardare per quello che è, senza trasformarla in allarme e senza ridurla a cronaca. Perché la domanda che resta dopo aver letto questi episodi non è chi sia il colpevole. È molto più concreta: se capita davanti a me, cosa devo fare.

Chi interviene diventa il bersaglio: due casi in quattro giorni e cosa dice davvero la legge

Due episodi, quattro giorni

Il caso più recente è avvenuto a Milano nel pomeriggio di martedì 28 luglio, in via Ciro Menotti. Secondo la ricostruzione della polizia, un uomo avrebbe seguito per strada una donna di ventotto anni chiedendole con insistenza il numero di telefono. La donna, spaventata, si sarebbe rifugiata nell'androne di un palazzo per chiedere aiuto al custode, un uomo di cinquantadue anni. La presenza del portinaio avrebbe inizialmente scoraggiato l'uomo, tanto che la donna è riuscita ad allontanarsi. È quello che accade subito dopo a definire lo schema. Sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, l'uomo sarebbe tornato in portineria chiedendo dove fosse la donna e, puntando una lama a serramanico per farsi consegnare il portafogli, nella colluttazione avrebbe colpito il custode alla scapola destra. Il portinaio è stato accompagnato al pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli, medicato e dimesso con una prognosi di dieci giorni. Gli agenti della Squadra Mobile hanno individuato il presunto responsabile attraverso le immagini delle telecamere a circuito chiuso del palazzo e lo hanno rintracciato poco più di un'ora dopo in corso Buenos Aires. Un uomo di trentadue anni è stato arrestato: le indagini sono in corso e vale, come sempre, la presunzione di innocenza. Quattro giorni prima, sabato 25 luglio, un episodio analogo si era verificato all'esterno di un centro commerciale a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, un uomo di trentasette anni avrebbe aggredito fisicamente la compagna al culmine di un diverbio. Alcuni passanti hanno interrotto la scena e allertato il 112. All'arrivo dei militari, l'uomo si sarebbe scagliato contro un cittadino intervenuto in difesa della donna, afferrandolo per il collo, ed è stato immobilizzato dopo una breve colluttazione. È stato arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali.


 Non due, ma almeno quattro

Chi ha seguito le cronache degli ultimi mesi riconosce il meccanismo, perché non è la prima volta quest'anno. Il primo gennaio, nel Mantovano, un uomo di ventinove anni avrebbe molestato una vicina di casa e poi morso all'orecchio l'amico cinquantaseienne intervenuto in difesa della donna, staccandogli parte del padiglione auricolare; è finito in carcere con accuse che comprendono lesioni personali gravissime e violenza sessuale. In aprile, a Mogliano, nel Maceratese, un postino di quarantasei anni ha raccontato di essersi avvicinato per invitare alla calma un uomo che stava molestando la ex compagna sotto casa, e di essere stato colpito con quattro pugni; il figlio dodicenne, intervenuto in difesa del padre, ha ricevuto uno schiaffo. A fine maggio, a Perugia, un uomo di trentadue anni è finito in ospedale dopo essere intervenuto in difesa di una ragazza in piazza IV Novembre. Quattro episodi con contorni diversissimi, che hanno però in comune un elemento strutturale: la violenza non si è fermata sulla prima persona, si è spostata su chi ha provato a interromperla. In tre casi su quattro, chi è intervenuto lo ha fatto rivolgendosi direttamente all'aggressore.


 Un fenomeno che nessuno misura

Qui va detta con chiarezza una cosa che riguarda i limiti dell'informazione, non solo di questo articolo. In Italia non esiste una rilevazione ufficiale delle aggressioni subite dai cittadini privati che intervengono in soccorso di qualcuno. Non c'è un osservatorio, non c'è una serie storica, non c'è una categoria statistica. Quello che esiste è l'accumulo di casi singoli riportati dalle cronache locali, che non consente di dire se il fenomeno stia crescendo, restando stabile o semplicemente ricevendo più attenzione. Il dato solido esiste invece per una categoria vicina e non sovrapponibile: chi soccorre di professione. Secondo la Relazione annuale dell'Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, istituito presso il Ministero della Salute e pubblicata il 12 marzo 2026, nel 2025 sono state registrate quasi diciottomila segnalazioni di aggressioni, che hanno coinvolto 23.367 operatori: il numero degli episodi è sostanzialmente stabile rispetto al 2024, mentre cresce quello delle persone coinvolte, da circa ventiduemila a oltre ventitremila. Le aggressioni verbali rappresentano il 69 per cento dei casi, quelle fisiche il 25, quelle contro la proprietà il 6. Gli aggressori sono prevalentemente i pazienti, seguiti da familiari e caregiver. Le donne risultano le più colpite, con percentuali superiori al 60 per cento nella maggior parte delle regioni. In oltre il 61 per cento degli episodi si è reso necessario l'intervento delle forze dell'ordine. Il dato più eloquente sulla vulnerabilità di chi presta soccorso arriva dal report dell'osservatorio della Croce Rossa Italiana, secondo cui il 68,41 per cento delle aggressioni ai suoi operatori si verifica durante il trasporto sanitario in ambulanza: non al culmine di un'attesa in pronto soccorso, ma nel momento in cui l'aiuto è già in corso.


Cosa chiede la legge a chi assiste

Il punto che smonta la maggior parte delle convinzioni diffuse è normativo. L'articolo 593 del codice penale punisce l'omissione di soccorso, ma quell'obbligo, secondo la lettura consolidata, si adempie anche soltanto dando immediato avviso all'autorità: non impone a nessuno di esporre a rischio la propria persona. In altri termini, la legge chiede di attivarsi, non di frapporsi fisicamente. Vale la pena ricordare, per completezza, i due confini che il pubblico tende a confondere. La legittima difesa disciplinata dall'articolo 52 richiede che il pericolo sia attuale: se l'aggressore si allontana, la reazione cambia natura giuridica. E l'articolo 588 sulla rissa comporta che, quando lo scontro diventa reciproco e coinvolge più persone, la posizione di chi era intervenuto per aiutare può complicarsi considerevolmente.


Cosa fare, in concreto

L'istinto suggerisce di intervenire subito, e non è sbagliato voler aiutare. Sbagliata è la direzione: quello che funziona, nella quasi totalità delle situazioni, non è affrontare l'aggressore ma togliergli il bersaglio. Non rivolgersi all'aggressore. Chi discute, negozia o invita alla calma apre un secondo fronte e diventa lui il problema da risolvere. È il passaggio comune a più episodi tra quelli citati. Parlare invece alla persona in difficoltà. Chiamarla per nome anche senza conoscerlo, fingere un appuntamento, camminare accanto a lei, portarla dove ci sono altre persone. Serve a rimuovere l'oggetto dell'aggressione, non a vincere un confronto. Chiamare il 112 immediatamente, comunicando nell'ordine la posizione esatta, la presenza di eventuali armi, il numero di persone coinvolte. Chi chiama per primo contribuisce a definire la ricostruzione dei fatti. Non toccare, non bloccare, non inseguire. Documentare può essere utile, pubblicare no: a Milano sono state le telecamere del palazzo a consentire l'identificazione in poco più di un'ora. Un video serve agli investigatori, e diffonderlo può interferire con il procedimento oltre a esporre chi lo pubblica. Restare in un luogo con altre persone e non allontanarsi subito dopo. È la fase in cui, come mostra il caso di Milano, questi episodi possono riaprirsi.


 Dopo: il foglio che rende tutto esistente

L'ultimo passaggio è quello che viene trascurato più spesso. In caso di lesioni, anche minime, il referto del pronto soccorso è l'atto che dà consistenza documentale all'accaduto; senza di esso, la ricostruzione successiva si appoggia soltanto a dichiarazioni. A questo si aggiunge la valutazione sui termini e sulle modalità di querela, che variano in funzione del reato contestato e delle circostanze aggravanti, e che conviene verificare con l'assistenza delle forze dell'ordine al momento della segnalazione. Resta una considerazione più larga, che le associazioni del settore sanitario ripetono da anni parlando delle aggressioni ai propri operatori: proteggere chi presta aiuto significa proteggere il presupposto stesso della convivenza, cioè la relazione tra chi chiede soccorso e chi lo offre. Il portinaio di via Ciro Menotti ha fatto quello che chiunque vorrebbe che qualcuno facesse per un proprio familiare. Sapere come farlo senza diventare il bersaglio successivo non è prudenza: è la differenza tra un intervento che funziona e uno che aggiunge una vittima.



Fonti:


  • Questura di Milano e ricostruzioni di cronaca sull'episodio di via Ciro Menotti del 28 luglio 2026 (MilanoToday, Il Giorno)
  • Comando provinciale carabinieri di Treviso, episodio di Castelfranco Veneto del 25 luglio 2026 (ANSA Veneto, Tribuna di Treviso)
  • ANSA Lombardia, episodio del Mantovano del 1 gennaio 2026
  • Corriere Adriatico, episodio di Mogliano dell'aprile 2026
  • La Nazione, episodio di Perugia del maggio 2026
  • Ministero della Salute, Relazione annuale dell'Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), pubblicata il 12 marzo 2026
  • Croce Rossa Italiana, Report 2025 dell'Osservatorio sulle aggressioni agli operatori CRI
  • Codice penale, articoli 52, 588 e 593


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