Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Chi compra chi lo racconta: il caso Del Vecchio e la legge che conta solo la carta
Domenica 25 ottobre, poco prima delle venti, nella redazione romana del Fatto Quotidiano sarebbe arrivata una notizia che riguardava il giornale stesso. Lmdv Media, la società editoriale del family office di Leonardo Maria Del Vecchio, aveva appena annunciato una due diligence su Seif, l'editrice del Fatto, con l'obiettivo dichiarato di lanciare un'offerta pubblica di acquisto totalitaria e togliere il titolo dalla Borsa. Il prezzo indicato è di 0,286 euro per azione, per un controvalore complessivo di circa 7,15 milioni di euro, con un premio di circa il 30 per cento sul prezzo ufficiale del 23 ottobre. La risposta dei soci fondatori, Padellaro, Monteverdi, Aliberti, Gomez, Travaglio, Lillo e d'Aprile, è arrivata nel giro di poche ore: nessuna intenzione di cedere le quote, nessuna adesione a un'eventuale Opa. Lunedì Lmdv ha replicato che la due diligence prosegue e che i termini dell'offerta restano invariati.
Il terzo giornale in dieci mesi
Per capire perché la notizia pesa più dei sette milioni in gioco bisogna guardare il calendario. A dicembre 2025 Del Vecchio ha rilevato dagli Angelucci il 30 per cento di Editoria Italia, la società che pubblica Il Giornale e Il Tempo, per una cifra stimata intorno ai 7 milioni. A gennaio 2026 ha presentato un'offerta vincolante al gruppo Monrif e a maggio ha chiuso l'acquisto dell'80 per cento di Editoriale Nazionale, cioè QN con Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, un'operazione che le ricostruzioni di stampa collocano tra i 50 e i 60 milioni. In mezzo, secondo quanto lui stesso ha raccontato lunedì, ci sarebbe stato anche un tentativo su Repubblica, prima che Gedi vendesse al gruppo greco Antenna. Il Fatto sarebbe dunque il terzo quotidiano nel mirino in meno di un anno, il quarto se si conta il tentativo andato a vuoto. Non è un hobby, è una strategia, e l'imprenditore la descrive così da gennaio: un progetto industriale di lungo periodo nell'editoria.
Un'offerta che arriva dopo settimane di scontro
C'è dettaglio che rende questa vicenda diversa da una normale operazione di mercato. Nelle settimane precedenti all'annuncio, Il Fatto aveva ripreso un'inchiesta del New York Times sulle accuse mosse all'imprenditore dalla sua ex compagna e aveva pubblicato alcune intercettazioni, provenienti da un fascicolo in cui Del Vecchio risulterebbe parte offesa, in cui i manager di Lmdv discuterebbero delle nomine ai vertici di QN. Del Vecchio ha risposto sui social parlando di campagna diffamatoria e ribattezzando il giornale "Falso quotidiano". Pochi giorni dopo ha annunciato di volerlo comprare. Nella nota di lunedì il tono è cambiato: il Fatto, ha dichiarato, "ha scritto molto di noi, anche in modo critico", e quello sarebbe esattamente il giornalismo che intende proteggere. Lmdv promette la conferma di Marco Travaglio alla direzione, la piena autonomia della redazione, nessuna modifica alla linea editoriale e al formato. Sono impegni messi per iscritto in un comunicato e vanno registrati. Ma un direttore confermato dall'editore che ha appena comprato il giornale è una cosa diversa da un direttore espresso dai fondatori che quel giornale lo hanno costruito. La differenza non sta nel nome sulla gerenza, sta in chi può cambiarlo.
Cosa dice la legge, e cosa non vede
Qui arriva la parte che nel dibattito di questi giorni manca quasi sempre. In Italia esiste una norma contro la concentrazione nella stampa quotidiana: l'articolo 3 della legge 67 del 1987 considera dominante la posizione di chi arriva a controllare testate la cui tiratura superi il 20 per cento della tiratura complessiva nazionale, oppure il 50 per cento in una stessa area interregionale. Gli atti di acquisto che portano oltre quella soglia sono nulli. Del Vecchio è molto lontano dal limite: secondo i dati Agcom sulle tirature 2024, il gruppo QN pesa il 7,6 per cento, e la quota nel Giornale è una partecipazione di minoranza che non configura controllo. Quindi la legge, oggi, non gli impedisce nulla. Ma c'è un problema più grande della soglia. Quella norma ha quasi quarant'anni e misura solo le copie di carta. Il 15 maggio 2024 l'Agcom ha inviato al Governo una segnalazione formale chiedendo di rivedere l'articolo 3, perché limiti pensati per un mercato cartaceo rischiano di produrre effetti incoerenti in un settore trasformato dal digitale. A oggi, per quanto risulta, quella revisione non c'è stata. Nel frattempo, secondo la stessa Autorità, nel primo trimestre 2026 le copie vendute dai quotidiani sono scese a 118 milioni, il 7,6 per cento in meno rispetto a un anno prima e quasi un quarto sotto i livelli del 2022. Un mercato che si restringe così in fretta rende ogni editore indipendente più fragile, e ogni offerta con un premio del 30 per cento più difficile da ignorare.
Lo scudo non è pubblico, è privato
Ed è questo il punto che dovrebbe far riflettere chiunque, a prescindere da cosa pensi di Travaglio o di Del Vecchio. A bloccare l'operazione, oggi, non è una legge dello Stato. È una clausola dello statuto di Seif che vieta a un singolo socio di superare il 17 per cento del capitale. Per questo l'Opa è condizionata al raggiungimento dell'82,9 per cento delle adesioni: solo con quella maggioranza si potrebbe cambiare lo statuto e rimuovere il limite. Finché i fondatori tengono le loro quote, l'offerta non può chiudersi. Il pluralismo del Fatto, in altre parole, dipende dalla volontà di sette persone e da un articolo scritto da loro stessi, non da una tutela pubblica. Se domani un altro giornale, con uno statuto meno blindato e conti più in affanno, ricevesse la stessa offerta, non avrebbe nessuna rete. E il Reuters Institute, nel Digital News Report 2026, descrive il sistema italiano come storicamente segnato da un'alta concentrazione proprietaria. Non è una novità, è una condizione strutturale.
La domanda che resta
Una persona con abbastanza soldi può provare a comprarsi i giornali che vuole? La risposta, in Italia, è sì, fino al 20 per cento della tiratura cartacea, e nessuno sta misurando il resto. Non è un giudizio su Del Vecchio, che ha il diritto di investire dove crede e che finora, per quanto risulta, ha rispettato tutte le regole esistenti. È un giudizio sulle regole. Un Paese in cui l'unica barriera tra un editore e un giornale che lo ha criticato è una clausola statutaria privata ha un problema che non si risolve con i comunicati rassicuranti. Si risolve aggiornando una legge del 1987 a un mercato del 2026, come l'Agcom chiede da due anni e mezzo. Nel frattempo resta la domanda che abbiamo posto ai nostri lettori: un giornale comprato critica ancora chi l'ha comprato? Lmdv dice di sì. La storia dell'editoria italiana suggerisce di aspettare i fatti.
Fonti:
- Comunicato Lmdv Media, 25 ottobre 2026 (ripreso da Open e LaPresse)
- Comunicato dei soci fondatori di Seif, 25 ottobre 2026 (Il Fatto Quotidiano)
- Nota Lmdv Media e dichiarazioni di Leonardo Maria Del Vecchio, 26 ottobre 2026 (LaPresse, Adnkronos, Teleborsa)
- Il Post, 26 ottobre 2026, sul meccanismo dell'Opa e sul limite statutario del 17 per cento
- Editoriale Domani, Open e Ottopagine, 23-26 ottobre 2026, sul contesto delle inchieste e delle intercettazioni
- Touchpoint News e Affaritaliani, maggio 2026, sul closing di Editoriale Nazionale
- Legge 25 febbraio 1987 n. 67, articolo 3
- Agcom, Segnalazione al Governo per la revisione dell'articolo 3 della legge 67/1987, 15 maggio 2024
- Agcom, dati sulle tirature 2024 e sulle vendite del primo trimestre 2026 (ripresi da Euroborsa)
- Reuters Institute, Digital News Report 2026