Iattualità · Geopolitica · di Andrè Renzuto Iodice ·
Russia, successione a Putin e guerra dell'informazione: l'analista Bifolchi apre "Anatomia dei Fatti"
Con questa intervista inauguriamo "Anatomia dei Fatti", la nostra rubrica in cui esperti di ciascun settore ci aiutano a leggere l'attualità oltre i titoli. Il primo ospite è Giuliano Bifolchi, analista di intelligence e fondatore di SpecialEurasia, testata giornalistica e piattaforma di analisi geopolitica focalizzata su Caucaso, Asia centrale, Russia, Iran e Afghanistan. Con lui abbiamo ricostruito lo stato del conflitto ucraino dopo oltre quattro anni, la tenuta economica di Mosca, il nodo della successione al vertice russo, l'asse con l'Iran e, sul fronte più vicino a ciascuno di noi, come difendersi dalla disinformazione. Riportiamo i passaggi principali, con le sue parole dove il concetto lo richiede.
La strategia russa in Ucraina
Il punto di partenza è la strategia di Mosca. Secondo Bifolchi, in oltre quattro anni la Russia ha sempre rivendicato le linee guida di quella che continua a definire operazione militare speciale. L'analista tiene a chiarire il metodo, ed è una precisazione che vale anche per il nostro taglio editoriale: la definisce così, ha spiegato, non per sposare la narrativa del Cremlino ma per comprenderne la strategia. In questa lettura, la Russia punterebbe a creare una zona cuscinetto che metta in sicurezza il proprio territorio, ripetutamente colpito da attacchi di droni ucraini, estendendo il controllo alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson. Un eventuale arrivo fino a Odessa, ha aggiunto, garantirebbe a Mosca non solo quella buffer zone ma anche un approdo e il controllo di circa un terzo del Mar Nero, con vantaggi logistici e commerciali rilevanti. Obiettivi che, ha precisato, allo stato non sono ancora stati raggiunti: sul piano militare il Cremlino cercherebbe prima di consolidare e difendere le posizioni nel Donbass, per poi estendere la propria presenza.
Perché le sanzioni non sono bastate
Sul fronte economico, la tesi di Bifolchi è netta e in parte controintuitiva: le sanzioni occidentali, nel lungo periodo, non hanno rappresentato un problema significativo per la Russia. Mosca, ha spiegato, è riuscita a ridirezionare il proprio commercio verso l'Estremo Oriente, i Paesi asiatici e il mondo musulmano, sostituendo progressivamente il mercato europeo. Un riorientamento che ha però un prezzo: una dipendenza accresciuta dalla Cina, a cui la Russia vende gas e petrolio anche attraverso il gasdotto Power of Siberia. L'analista ha citato come esempio concreto il progetto pilota per la finanza islamica avviato nel 2023 e rinnovato fino al 2028, pensato per sperimentare prodotti finanziari islamici in repubbliche come Cecenia, Dagestan, Bashkortostan e Tatarstan, attrarre investimenti dal mondo islamico e coinvolgere di più nell'economia nazionale la popolazione musulmana russa, che secondo le stime ufficiali da lui riferite conterebbe tra i quindici e i venti milioni di persone.
Il vero problema: i droni sulle infrastrutture
Se le sanzioni non hanno inciso quanto ci si aspettava, un fattore più recente sta invece pesando davvero. Gli attacchi dei droni ucraini contro le infrastrutture strategiche russe — la filiera di petrolio, gas naturale e logistica — rappresentano, secondo Bifolchi, un problema notevole per l'economia del Paese. L'analista ha collegato questa pressione a effetti concreti sulla vita quotidiana: tassi di interesse elevati che incidono sulle possibilità di prestito e di acquisto della casa, e una parte della popolazione maschile che guarda all'arruolamento volontario, attratta da salari superiori alla media e da agevolazioni su studio e abitazione. La crisi economica, ha osservato, è reale ed è già stata affrontata più volte dai media e dagli organi russi; se gli attacchi contro le infrastrutture dovessero continuare, potrebbero influire in modo rilevante sulla tenuta economica del Paese.
Il nodo della successione a Putin
È il passaggio centrale dell'intervista. Gli attacchi arrivati fino alle regioni di Mosca e San Pietroburgo, ha spiegato Bifolchi, hanno minato la leadership, e il mondo russo appare oggi diviso. Da un lato chi chiede un intervento più deciso, con più mezzi e più risorse, per chiudere un conflitto che sul campo vede vittorie ma che sul lungo periodo rischia di trasformarsi in una sconfitta strategica; dall'altro chi guarda con crescente preoccupazione al peso economico e sociale della guerra. A ciò si aggiunge, secondo l'analista, una frattura interna tra mondo politico e mondo militare, e all'interno degli stessi apparati di intelligence — FSB per la sicurezza interna, SVR per quella esterna, GRU per l'intelligence militare — con circoli di potere che si orientano di conseguenza. In questo quadro, ha detto, la persona più discussa resta Vladimir Putin, che pure ha guidato la Russia dalla fine degli anni Novanta superando crisi importanti come quella cecena. La domanda che Bifolchi pone è quella che dà il senso a tutto il ragionamento: qualora Putin dovesse lasciare la presidenza, chi può essere il sostituto, e se un eventuale successore affronterebbe il conflitto con una strategia ancora più dura, trasformando l'operazione militare speciale in un conflitto pieno.
L'asse Russia-Iran, un'alleanza per necessità
Russia e Iran, ha spiegato l'analista, sono unite sul piano strategico dall'avere un nemico comune, l'Occidente, ed entrambe operano sotto sanzioni: Teheran dal 1979, Mosca nel contesto del conflitto ucraino. Le lega anche un progetto logistico di peso, il Corridoio internazionale di trasporto Nord-Sud, che dovrebbe collegare San Pietroburgo all'India passando per il Mar Caspio, l'Azerbaigian e i porti iraniani, e che il recente conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti rischia di complicare. Bifolchi ha ricordato le collaborazioni pregresse tra i due Paesi, dal sostegno comune a Bashar al-Assad in Siria fino alla caduta, alla gestione dei dossier caucasici e centroasiatici, dove entrambe puntano a contenere la presenza turca e occidentale. Non mancano le divisioni, a partire da quella confessionale — la maggioranza musulmana russa è sunnita, l'Iran è a maggioranza sciita — ma la conclusione dell'analista è che oggi Mosca e Teheran siano Paesi che hanno bisogno l'uno dell'altro per reggere alla pressione delle sanzioni.
E l'Italia?
Interrogato sul nostro Paese, Bifolchi ha ricordato che l'Italia ha storicamente avuto rapporti sia con il mondo russo sia con quello iranico e persiano, oggi principalmente di natura storico-culturale ed economica e comunque limitati dalle sanzioni. Sul piano politico-diplomatico, ha osservato, esistono grandi distanze legate alla collocazione europea e atlantica dell'Italia, che ha aderito alle sanzioni contro la Russia e sostiene indirettamente la linea statunitense verso l'Iran. La sua lettura, riferita in tono neutro, è che la vicinanza tra le persone resti inalterata mentre a livello politico ci sia una distanza da colmare nel lungo periodo: qualora i due conflitti dovessero chiudersi, l'Italia potrebbe ripartire proprio dalla dimensione storica, culturale ed economica.
Come difendersi dalla disinformazione
La parte più utile per chi ci segue riguarda il metodo. Bifolchi lavora con l'open source intelligence, l'analisi delle fonti aperte, oggi moltiplicate dalla diffusione di internet e di piattaforme come Telegram. Proprio su Telegram il suo consiglio è diretto: prima di usare un'informazione bisogna sempre chiedersi chi gestisce un canale e quale narrativa vuole trasmettere, e confrontare quel contenuto con altre fonti, internazionali, regionali e locali, per vedere se il dato regge o cambia. La guerra dell'informazione, ha spiegato, viene condotta da ogni attore — statale, non governativo, partitico, perfino terroristico — e per questo il lettore dovrebbe risalire all'origine della fonte, capire quando è nata e non fermarsi mai alla prima notizia. La frase con cui ha chiuso il ragionamento è anche la più efficace: nel mondo di oggi, ha detto, l'unica fonte può portare in errore. È un principio che coincide con il nostro modo di lavorare, verificato con i dati.
Gli scenari dei prossimi dodici mesi
In chiusura, l'analista ha inquadrato i mesi a venire nel linguaggio della geopolitica, fatto di scenari e probabilità più che di allarmi. I due fronti da monitorare restano il conflitto ucraino e quello mediorientale, capaci di alimentare il cosiddetto rischio geopolitico: conflitti tra Stati, crisi economiche e politiche, terrorismo. Bifolchi guarderebbe in particolare alla Russia, per capire se la figura di Putin resterà stabile o se emergeranno alternative, e all'Ucraina, dove una recente frizione tra Zelensky e il ministro della Difesa mostra come le dinamiche interne possano influire sul conflitto stesso. Un ultimo avvertimento riguarda la cybersecurity: gli attacchi informatici, ha ricordato, possono colpire non solo l'economia e la tenuta politica di un Paese, ma la vita quotidiana di ciascuno.
Chi è Giuliano Bifolchi
SpecialEurasia, ha spiegato l'ospite, è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Cagliari e insieme una piattaforma di consulenza e formazione in intelligence geopolitica, fondata nel 2020 con la collega Silvia Boltuc. Si occupa in primo luogo di Caucaso, Asia centrale, Russia, Iran e Afghanistan, allargando lo sguardo al Medio Oriente e all'area indo-pacifica quando le dinamiche di quelle regioni impattano sull'intero spazio eurasiatico, e affianca all'attività di analisi programmi di formazione per analisti e consulenze per soggetti privati e pubblici. La versione integrale di questa conversazione, comprensiva di un approfondimento sul Caucaso non incluso nel video, è disponibile nella nostra puntata podcast di "Anatomia dei Fatti".
Nota di trasparenza:
le dichiarazioni riportate provengono dall'intervista video realizzata da Iattualità con Giuliano Bifolchi, con il consenso dell'intervistato. Le opinioni espresse sono dell'ospite e non riflettono una posizione editoriale della testata, che mantiene una linea non partitica.