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Petrolio in Basilicata, il decreto che toglie alla Regione l'arma del silenzio: cosa cambia davvero e quanto resta sul territorio

La Basilicata è la regione da cui arriva circa il 70 per cento del petrolio estratto in Italia, e da una settimana è al centro di uno scontro politico che coinvolge Palazzo Chigi, due ministri e il presidente della Regione. All'origine c'è il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 10 settembre 2026, in vigore dall'11, che accelera i procedimenti autorizzativi per le attività energetiche considerate strategiche, a partire dalla ricerca e dalla coltivazione di idrocarburi. Il governo lo presenta come una risposta alla crisi dei prezzi dell'energia, aggravata secondo l'esecutivo dai blocchi negli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb. In Basilicata viene letto come un tentativo di scavalcare la Regione. Proviamo a mettere in fila i dati.

Petrolio in Basilicata, il decreto che toglie alla Regione l'arma del silenzio: cosa cambia davvero e quanto resta sul territorio

Cosa prevede il decreto

Il cuore del provvedimento riguarda il parere che le Regioni devono esprimere sui progetti di ricerca ed estrazione. Negli ultimi anni diverse amministrazioni, Basilicata compresa, avrebbero usato quel parere come un veto di fatto, semplicemente non rispondendo. Il decreto fissa un termine di 45 giorni; se la Regione non si esprime, la Presidenza del Consiglio può concedere una deroga di altri 60 giorni, e se anche quel termine scade senza risposta il governo può nominare un commissario ad acta che decide al posto dell'ente. Il commissario può essere nominato anche su richiesta motivata della Regione stessa e deve assicurare informazione ai territori e ai Comuni interessati, anche sugli aspetti ambientali e socioeconomici. Il dossier del Servizio studi della Camera segnala però due criticità: il termine di 45 giorni non risulterebbe agganciato ad alcuna disposizione vigente e introdurrebbe una procedura che si sovrappone ad altre già esistenti senza abrogarle; inoltre il meccanismo sostitutivo viene ricondotto dalla relazione illustrativa all'articolo 120 della Costituzione, ma il testo del decreto non lo richiama espressamente. Sono i punti su cui si giocherà la conversione in legge.


Raddoppiare o non cambiare nulla: due versioni, un solo governo

Il 12 settembre il vicepremier Antonio Tajani ha detto che in Basilicata si potrebbe estrarre il triplo rispetto a oggi, e pochi giorni dopo, a Napoli, ha ribadito che «si potrà raddoppiare, se non triplicare». Nel mezzo, dopo quasi una settimana di silenzio, il presidente lucano Vito Bardi, di Forza Italia, ha diffuso una nota congiunta con il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin: i tetti fissati dai protocolli d'intesa del 1998 per la Val d'Agri e del 2006 per Tempa Rossa restano «pienamente in vigore e vincolanti», e nessuno intende modificarli. Le due posizioni sembrano inconciliabili. I numeri dicono un'altra cosa. I tetti sommano 104 mila barili al giorno per la Val d'Agri e 50 mila per Tempa Rossa, cioè 154 mila in totale; la produzione reale lucana viaggerebbe oggi intorno ai 65 mila barili, in calo dell'11 per cento sull'anno precedente, secondo i dati citati dal deputato del Movimento 5 Stelle Arnaldo Lomuti. Il margine sotto i tetti sarebbe quindi di circa 89 mila barili, più di tutta la produzione attuale. Tradotto: raddoppiare le estrazioni e non toccare i tetti sono affermazioni compatibili. Il vincolo che frena la produzione non sarebbe il limite quantitativo ma il ritmo delle autorizzazioni, ed è esattamente lì che il decreto interviene. Lomuti aggiunge che il quadro pattizio non sarebbe fermo al 2006: nel giugno 2022 la stessa giunta Bardi avrebbe firmato un nuovo protocollo sulla Val d'Agri con una compensazione di 1,05 euro a barile.


La giravolta del 2016

Nel 2016 Giorgia Meloni sostenne il referendum per abrogare la norma sulle trivellazioni in mare, e Fratelli d'Italia invitò a votare Sì contro quello che definiva un favore alle lobby vicine al governo Renzi; in una foto dell'epoca la leader reggeva uno striscione con la scritta «Ferma le trivelle, il mare è il nostro petrolio». Oggi la stessa presidente del Consiglio sostiene che non abbia senso comprare all'estero energia che si può produrre in Italia, e che aumentare la produzione nazionale ridurrebbe la dipendenza estera, abbasserebbe i costi per famiglie e imprese e genererebbe più royalties per i territori. Va detto che il referendum del 2016 riguardava la durata delle concessioni offshore entro le 12 miglia dalla costa, mentre i giacimenti lucani sono a terra: il cambio di posizione è evidente, ma i due dossier non sono identici.


Quanto resta sul territorio

Le compagnie che operano in Basilicata, Eni, TotalEnergies e Shell, versano royalties pari al 10 per cento del valore della produzione. Di quel 10 per cento, il 55 va alla Regione, il 15 ai Comuni dove si trovano i pozzi e il 30 allo Stato. Il risultato è che ogni 100 euro di greggio estratto la Regione ne incasserebbe poco meno di sei e i Comuni poco più di uno. Dal 1996 a oggi Regione e Comuni avrebbero incassato circa 2,45 miliardi di euro. Non è poco per un territorio da 530 mila abitanti, eppure la Basilicata resta tra le regioni più povere d'Italia, con un alto tasso di emigrazione soprattutto giovanile. Il nodo, più che l'importo, sarebbe la destinazione: nel 2014 un'indagine della Corte dei conti mostrò che le royalties venivano usate per coprire buchi di bilancio e finanziare spesa corrente invece di investimenti per lo sviluppo. Un problema che attraversa vent'anni di giunte di centrosinistra e, dal 2019, quelle di centrodestra.


Perché la benzina costa di più dove si estrae il petrolio

È il paradosso più citato dai lucani, e ha una spiegazione tecnica. Il greggio estratto in Val d'Agri e a Tempa Rossa non viene raffinato in Basilicata: raggiunge la raffineria di Taranto tramite oleodotto e da lì segue le logiche del mercato internazionale. I distributori lucani, spesso rivenditori di piccole società, si rifornirebbero a Napoli a costi più alti rispetto ad altre aree. Nei mesi scorsi il prezzo alla pompa in Basilicata sarebbe stato superiore a quello di molte regioni senza un solo giacimento. Il petrolio, insomma, non è a chilometro zero nemmeno per chi ci vive sopra.


Ambiente, controlli e reazioni

La tutela ambientale è la preoccupazione trasversale, condivisa anche da elettori e amministratori di centrodestra, dopo gli sversamenti degli anni passati e il caso del lago del Pertusillo. Bardi ha assicurato che il ministero rafforzerà i controlli sugli impianti; esponenti di Fratelli d'Italia hanno definito la tutela dell'ambiente non negoziabile. Sul fronte opposto, otto consiglieri regionali di centrosinistra hanno chiesto un consiglio straordinario e che Bardi riferisca sulla posizione della giunta; la CGIL regionale ha detto che la Basilicata non può essere il bancomat del Paese; il WWF sostiene che aumentare la produzione nazionale non renderebbe l'Italia più sicura e contribuirebbe solo al riscaldamento globale. Un quotidiano locale ha titolato chiedendosi chi dica bugie sul petrolio.


Cosa succede ora

Il decreto dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni e il Parlamento potrà modificarlo, a partire dai rilievi del Servizio studi. Le domande aperte sono tre. Se il governo punta a raddoppiare, quali progetti concreti verranno presentati e in quali tempi. Se il commissario resta, con quali garanzie per i Comuni. E soprattutto se cambierà la ripartizione delle royalties, l'unico strumento che potrebbe trasformare più barili in più risorse per il territorio: al momento il decreto non la tocca. Su questo, per ora, non c'è una risposta.



Fonti:

  • Consiglio dei ministri, comunicato n. 187 del 10 settembre 2026
  • Il Post, 19 settembre 2026, "Tra il governo e il petrolio c'è la Basilicata"
  • Il Post, 15 maggio 2026, sui prezzi dei carburanti in Basilicata
  • Il Quotidiano del Sud, 13 e 18 settembre 2026
  • ANSA, 15 settembre 2026, nota congiunta Pichetto Fratin-Bardi
  • Ufficio stampa Regione Basilicata, 16 settembre 2026
  • QualEnergia, 15 settembre 2026, con i rilievi del Servizio studi della Camera
  • SassiLive, 17 settembre 2026, dichiarazione dell'on. Arnaldo Lomuti
  • Corte dei conti, indagine 2014 sull'utilizzo delle royalties in Basilicata

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